
- Una passione lunga una vita
- La scoperta dell’immagine fissa e in movimento
- Imparare osservando con spirito di curiosità
- Una passione per la fotografia condivisa con la mamma
- Sostenuto dalle figure di famiglia
- La fotografia come gioco per osservare la realtà
- Crescere accanto ai veri fotografi
- La fortuna di imparare dai professionisti
- L’arte visiva tra fotografia, musica e cinema
- Il documentario naturalistico tra arte e scienza
- Il valore della divulgazione scientifica
- La prima macchina fotografica
- La prima cinepresa Super 8
- Una moviola e una giuntatrice per pellicole
- Imparare le basi del montaggio
- Un’esperienza formativa
- La prima videocamera
- Il montaggio video analogico
- La passione per la musica
- Ascoltare ogni genere musicale
- L’importanza della colonna sonora
- Fantasia come imprinting di una passione
- La forza di realizzare i propri sogni
Una passione lunga una vita

In questa pagina ho scelto di raccontare come è iniziata una passione lunga una vita per l’arte dell’immagine fin da bambino e quali figure del contesto familiare abbiano sostenuto quel percorso di crescita personale che ha contribuito allo sviluppo della mia formazione artistica. Un viaggio alla scoperta delle diverse forme di linguaggio visivo iniziato da giovanissimo con la fotografia e che mi ha portato a conoscere molto presto il montaggio e le immagini in movimento. Un percorso di curiosità e passione che in pochi anni mi ha permesso di approfondire tecniche e tecnologie, dal super 8 all’analogico, dalle videocamere fino al digitale, imparando a guardare oltre l’obbiettivo che sono divenute parti essenziali del mio imprinting culturale. Insegnamenti sempre presenti in molti aspetti della mia vita artistica e professionale sia quando nel 2001 sono stato tra i primi in Italia a sperimentare la performance visual in tempo reale, e che senza saperlo, hanno finito per influenzare profondamente anche quel modo di esprimere il linguaggio visivo nel percorso fantastico del Vj-ing. Un approfondimento e un avvicinamento all’arte delle immagini iniziato da bambino come un gioco alla scoperta del mondo e proseguito come divertimento da ragazzo tra l’analogico e la nascita del digitale.
Un racconto delle tappe principali di un percorso artistico che tra punti di svolta, passaggi di crescita, eventi, scoperte e persone che mi hanno sostenuto per soddisfare quel desiderio d’espressione, mi ha consentito di inseguire una passione e lottare per difendere un idea dell’arte. Un modo per far conoscere da quali figure familiari, artisti, registi, fotografi, compositori, scienziati, musicisti abbia imparato a comprendere il valore dell’arte e della cultura, lasciandomi ispirare dalle loro opere straordinarie per scoprire un linguaggio unico tra possibilità di espressione personale e di comunicazione verso gli altri. Un modo per ringraziare chi mi ha insegnato a credere nell’importanza di difendere la propria sensibilità artistica e nella continua ricerca di una visione personale come autore e che sento con forza come dei valori da proteggere ancora oggi, a distanza di anni, in un società iperconnessa, dove l’arte lenta e l’intelligenza creativa sono ormai una rarità, perché acquistano sempre maggiori significati

La forza di una passione e la volontà di realizzare un sogno che mi ha sempre restituito la determinazione necessaria per continuare nella ricerca personale e anche quando, nel difficile confronto con la vita mi sono sentito isolato, incompreso, ostacolato, mi ha dato il coraggio di lottare per quella faticosa, stimolante, appassionante sfida artistica che la fotografia, le riprese, il montaggio e l’arte visiva regalano: la possibilità unica e privilegiata di condividere un modo personale di raccontare il mondo. Un avventura artistica che ho scelto di descrivere fin dal principio quando ho imparato il senso di questi linguaggi, per ricordare quel momento formativo che non si è mai fermato dove ho appreso e fatto tesoro, partecipando sin dalla vita artistica della famiglia ed osservando il lavoro di artisti professionisti, di alcuni valori fondamentali imprescindibili che sono alla base del racconto visivo, fotografico, cinematografico, che oggi sembrano a disposizione di tutti senza averne consapevolezza, e che porto ancora con me come insegnamento prezioso nel modo di raccontare il mondo e la vita.
Un’esperienza fortunata che mi ha insegnato a comunicare attraverso l’immagine fissa ed in movimento, a scoprire un altro modo di osservare e raccontare le emozioni. Una ricerca continua alla scoperta dell’arte dell’immagine che mi ha dato la possibilità di ampliare la mia conoscenza della fotografia, della ripresa e del montaggio, sviluppare una visione personale fino a trasformare una passione in una vera professione che, nonostante i cambiamenti di oggi sembrerebbero in parte averne ridotto la funzione, mantiene il suo valore come forma di reale di comunicazione solo se riusciamo a difenderne l’autenticità.
La scoperta dell’immagine fissa e in movimento

L’amore per l’immagine fissa e in movimento è frutto di una passione lunga una vita appresa fin da bambino dalla mia famiglia in particolare grazie alla mia mamma, una persona di grande sensibilità che ha condiviso con me oltre alla sua passione per la fotografia, l’interesse per la storia dell’arte, la musica e trasmesso quella per la cultura in generale e insieme alle infinite cose che ha il merito di avermi insegnato ha sempre incoraggiato a sviluppare la mia espressività artistica. Da Dominique ho appreso l’importanza della fotografia e del cinematografia e così il valore del documentario naturalistico e con esso la capacità di provare stupore di fronte alle meraviglie della natura e infine, grazie alla poesia delle sue fotografie, ho imparato a apprezzare la bellezza della scultura, della pittura e dell’arte visiva.
Una passione per la fotografia che ho coltivato e compreso meglio quando crescendo ho scelto di approfondire quest’arte meravigliosa facendo tesoro di tutti quegli stimoli culturali che ha saputo darmi che ho compreso nell’importanza in particolare negli ultimi anni insieme al valore di quei suggerimenti che ho la fortuna di ricevere ancora ogni giorno. Circondato da una moltitudine di stimoli artistici e culturali, ammirando quadri, disegni, fotografie di cui la nostra famiglia era sempre invasa e vivendo quotidianamente sempre dentro un certo fermento artistico, sono cresciuto come un piccolo osservatore incantato in un contesto che mi ha avvicinato ogni giorno a scoprire l’arte in ogni forma visiva. Influenzato così da ogni genere di contenuto fotografie, filmati, quadri, opere, sculture, architetture e design, in quel mondo che mi sembrava così “magico” e dalla naturale curiosità di bambino è nata la passione per la fotografia e l’immagine in movimento.
Imparare osservando con spirito di curiosità

Un percorso artistico che è iniziato nel calore protetto del contesto familiare imparando da alcune figure di riferimento che ho voluto ricordare in questa pagina e che più tardi, a seguito del mio approccio di formazione come autodidatta vissuto studiando la tecnica della fotografia, della ripresa e del montaggio con costanza e forza di volontà senza avere nessun insegnante, sono stati i miei veri maestri, fonte d’ispirazione ed esempio di una possibile vita nell’espressione artistica anche se non sempre semplice, facile e lineare da affrontare.
Persone importanti che hanno accompagnato il mio personale lavoro di ricerca alla scoperta dell’arte dell’immagine che avrei continuato ad approfondire con la pratica nella vita, in modo personale e autonomo. E così coltivando queste passioni, mentre crescevano ogni giorno nella mia testa e nel cuore, spesso nel silenzio della mia camera, nell’ascolto, cercando di sviluppare un personale percorso di ricerca, facevo attenzione ad ogni opera visiva che guardavo cercando di analizzare per quanto potessi riuscire a fare, ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni stacco di un montaggio, e quasi come uno scienziato che studia l’immagine, provavo a carpirne i segreti, le tecniche, mentre restavo, per decenni, in qualche modo fuori campo dall’azione, dal mondo dei professionisti, fotografi, registi, montatori, da giovane ossevatore pieno di passione e curiosità ho cercato con umiltà di imparare quante più cose possibili semplicemente osservando le opere che amavo.
Una passione per la fotografia
condivisa con la mamma

Mi sono avvicinato all’arte delle fotografia nel calore protetto della mia famiglia, in modo naturale e spontaneo imparando ad usare fin da bambino lo strumento fotografico attraverso un approccio che all’inizio ho vissuto quasi come un gioco.
E si sa che quando i bambini imparano un gioco lo prendono molto sul serio e così è stato anche per me finché presto quel divertimento si è trasformato in una vera passione che mi ha portato forse più di quanto avrei immaginato ad inseguire anche da adulto questa forma di espressione artistica per l’immagine fissa.
E se ho scoperto questa passione per l’arte della fotografia che da allora ho più lasciato il merito è sicuramente della mia mamma, Dominique Papi, che oltre ad avermi insegnato tutto l’amore per la vita, per l’arte, la natura e la cultura mi ha trasmesso fin dall’inizio della sua carriera artistica di fotografa la sua grande passione per la fotografia e il cinema d’autore, per il documentario naturalistico e per la musica, con la quale, anche grazie al nostro fortissimo legame di intesa, sia personale che artistico, condividiamo insieme all’amore del rapporto madre-figlio, il piacere di confrontarci su ogni tipo di argomento dall’arte alla politica, dalla botanica all’astrofisica e così, ogni giorno anche per le cose più semplici della vita.
Sostenuto dalle figure di famiglia


Comic Exhibition Brochure
foto: Antonio Brigandì



Tra le figure di riferimento che hanno certamente influenzato il mio avvicinamento all’arte della fotografia, devo ricordare: Antonio Brigandì, fotografo professionista che è stato per diversi anni il compagno di mia madre e che quando avevo 6 anni mi ha lasciato usare i suoi strumenti fotografici e mostrato il procedimento di stampa nella piccola camera oscura allestita nel bagno di casa; Giorgio Cipriani, fotografo e pittore, che oltre ad avermi trasmesso molte sue conoscenze e condiviso il suo interesse per l’arte e la scienza insegnandomi grazie anche alle sue interpretazioni visionarie di pittura figurativa ed astratta presente nei suoi quadri, tra migliaia di fotografie che ha scattato in viaggi nel mondo, a personaggi famosi, sempre intento a sfogliare riviste di grandi autori, mostrarmi le sue cineprese e telecamere che invadevano il suo atelier, è stato il primo che mi ha regalarmi nel 1984 la mia prima macchina fotografica con la quale ho scattato le mie prime fotografie e successivamente una moviola e una giuntatrice meccanica con cui ho iniziato i miei primi montaggi in pellicola Super8 quando nel 1988 con un gesto inaspettato la fidanzata di mio padre, Claudia Mertinkat, modella e fumettista che colgo qui l’occasione di ringraziare, intuendo il mio interesse per l’arte del cinema mi ha regalato una cinepresa dandomi l’occasione di girare le prime riprese in pellicola.
Tra le persone che mi hanno sempre sostenuto nel mio spirito libero e curioso come piccolo artista in erba devo ricordare anche Alessandro Mirandola, Mazzà per tutti noi, il secondo compagno di mia madre che con il suo sorriso e la sua semplice dolcezza ha accompagnato un importante tratto della mia adolescenza e che recentemente ci ha lasciato durante la scorsa ondata pandemica nel 2020.
Infine, tra le figure di riferimento, c’è naturalmente Michelangelo, mio padre, e che dopo aver accettare che mia mamma mi regalasse la mia prima videocamera e una centralina con cui ho iniziato a sperimentare i miei primi montaggi video.
Un dono forse tra i più significativi della vita, era soltanto il 1990, e avevo solamente 14 anni e che fortuna avevo già avuto!
E quando qualche anno più tardi nel 1996 mio padre mi ha poi proposto i mio primo lavoro di video e fotografia per conto della Facoltà di Architettura al Dipartimento di Urbanistica per la documentazione della Biennale di Firenze per realizzare un reportage sugli spazi riqualificati della città ho potuto dimostrare che per me non era solo un gioco.
Un lavoro importante che ho descritto nella pagina WORKS tra le mie principali esperienze professionali e al quale è dedicata una galleria nella sezione photo e che ha dimostrato, come quel sostegno, forse mai dimostrato apertamente alla mia inclinazione all’arte, dopo che ebbe apprezzato i risultati del lavoro realizzato, mi aveva dato, ancora ventenne, indirettamente, quell’approvazione che speravo. Ed è così che poi, faticosamente soltanto dopo gli studi universitari, imprescindibili per il figlio di un professore e nipote di un preside, che ho iniziato finalmente soltanto dopo il 2001 la mia avventura di fotografo e videomaker.
La fotografia come gioco per osservare la realtà

All’inizio la fotografia era per me quasi un gioco per osservare la realtà e il mondo degli adulti, mi divertivo moltissimo giocare a reinventare lo spazio, usare la prospettiva dal basso e immaginare la realtà tra il vero ed il verosimile, finché non ho capito che attraverso quella lente di ingrandimento potevo osservare la realtà in modo diverso e più approfondito. Rimasi profondamente colpito dalla scoperta di quello strumento, ero affascinato dall’aspetto tecnico e scientifico che da quello artistico con cui potevo usarlo.
Ricordo che guardando dentro l’obbiettivo pensavo di essere in un film, la realtà mi appariva come un sogno a occhi aperti, dove la regia era la mia fantasia.
GUARDA LA GALLERIA DELLE MIE PRIME FOTOGRAFIE DEL 1985


Forse avevo capito che quello era un linguaggio che potevo usare per raccontare il mio sguardo personale sulla realtà e raccontare finalmente l’autenticità delle cose.
Mi sentivo come se, tutto ad un tratto, avessi finalmente scoperto come poter comunicare lo stupore che provavo ogni giorno di fronte alla bellezza della natura, dell’arte e della vita.
È forse in quel momento che ho capito che avrei fatto di tutto per riuscire ad imparare ad usarlo davvero.
È stata un opportunità unica ed irripetibile che mi ha permesso di raccontare la realtà secondo una prospettiva personale attraverso un gioco, a cui però, come fanno molti bambini, e anche gli adulti, io giocavo sul serio ; )
Crescere accanto ai veri fotografi

Nella mia infanzia e nell’adolescenza ho vissuto insieme a mia madre, e alla sua famiglia che da generazioni si era occupata d’arte.
E se prima ero troppo giovane per capirne l’importanza da adulto ho compreso quanto fossi stato fortunato a vivere in quella circostanza unica e in un ambito così culturalmente privilegiato che mi ha davvero insegnato prima di tutto ad avere sensibilità per l’espressività artistica. E devo ringraziare mia mamma che in quegli anni iniziava la sua carriera di fotografa e che nel corso della sua vita professionale ha esposto in numerose mostre personali e collettive tra Parigi, Firenze, Siena, pubblicato su prestigiose riviste d’arte e che per avermi dato la capacità di comprendere la complessità del sentire la vita in modo profondo attraverso l’espressione artistica:
E se un sito web non è certo il luogo adatto per elogiare tutte le infinite cose che si imparano da una madre specie quando ti cresce e ti accompagna nella vita ogni giorno, passo dopo passo, con amore e affetto nel lungo cammino di crescita di una persona attenendomi agli argomento della pagina, il merito nel mio percorso artistico non è tanto avermi fatto usare la sua macchina fotografica ma quello di avermi trasmesso negli anni una autentica sensibilità e passione per l’arte.
E senza dover raccontare il fascino e la suggestione che ho provato nell’osservare, appena scattate, le immagini uniche e poetiche ricche di pathos che nei molti anni di attività, mai interrottasi, mia mamma ha scattato, per le quali invito a visitare la pagina ufficiale di facebook Dominique Papi Ciprani

L’altra importante figura di riferimento che in quegli anni mi ha insegnato a guardare il mondo attraverso l’obbiettivo con un’attenzione diversa è il compagno di mia mamma di quel periodo, Antonio Brigandì, architetto, fotografo professionista e artista di grande talento che quando ero bambino aveva già iniziato la sua importante carriera, che in seguito vivendo per diversi anni a Parigi ha lavorato tra molti progetti anche per la Lancôme e Dom Pérignon. Una figura di famiglia che oltre all’affetto mi ha dato l’opportunità grazie alle straordinarie fotografie che in quel periodo avevo il privilegio di ammirare da vicino ogni giorno di capire grazie anche alla sua capacità di saper raccontare la realtà da punti di vista fuori dal comune per riuscire a trasformarla, con tutta la fantasia di un autore, in qualcosa di straordinario così magico e poetico da farmi comprendere l’importanza di saper usare la fotografia anche come forma espressiva personale. Anche per questo sia Antonio che Dominique sono due figure determinanti nel mio percorso di formazione che mi hanno insegnato prima di tutto cosa vuol dire comunicare con sensibilità artistica attraverso la fotografia e saper costruire un’interpretazione di visione.

Foto di Dominique Papi – Forte dei Marmi 1986
Vivere nella stessa casa insieme a due fotografi professionisti è stato certamente un fatto determinante per la mia formazione di fotografo: ogni giorno c’erano intorno a me macchine fotografiche, obbiettivi e fotografie dappertutto, libri e importanti riviste di fotografia come Zoom e Photo, e così la possibilità di sfogliare e ammirare fotografie dei grandi fotografi d’autore tra cui Henri Cartier Bresson, Ansel Adams e molti altri dei quali non riuscivo a pronunciarne il nomi e che tutt’oggi fatico a ricordare, non essendo un tuttologo, se ancora non potevo comprenderne tutto il valore sono sicuro che abbiano anche anche inconsciamente contribuito a formare la mia cultura per l’arte visiva. E così anche la fortuna che ho avuto in quella fase di grande apprendimento e di assimilazione verso tutte le cose della vita proprio di ogni piccolo essere vivente osservare ogni giorno centinaia di diapositive appena sviluppate, stampe, fotografie montare le diapositive sul caricatore del proiettore e partecipare a quel momento della scelta in una sorta di religioso silenzio e di contemplazione dove anche il mio parere alla fine era preso sul serio quasi come un addetto ai lavori. E così mi divertivo a vivere in un mondo pieno di creatività, di possibilità di visioni e di interpretazioni, soffermandomi spesso ad osservare ciò che ogni foto riesce a raccontare riflettendo a quel momento fissato che è parte del tempo e della vita. E mentre avevo l’occasione di maneggiare macchine fotografiche, obiettivi, oggetti indecifrabili come esposimetri, strumenti di posa e illuminazione anche se ero soltanto un bambino, credo di aver imparato molto in quegli anni, non soltanto a come si potevano realizzare alcune fotografie, ma capire la differenza tra un immagine normale e una che possa portare con sé anche un significato che per quanto evocativo o interpretato spesso merita anche di essere ascoltato..

Foto di Dominique Papi – Forte dei Marmi 1986
E così ho imparato molto quando venivo scelto occasionalmente come “modello”, per essere fotografato. A dire il vero questo succedeva quotidianamente già molto più spesso di quanto si potesse considerare a quei tempi normale nella vita di tutte le altre famiglie, e fossi abituato ad avere sempre qualche obbiettivo puntato quando si passava dal gioco al fare sul serio, mi divertivo a “posare” cercando di soddisfare le esigenze di scena e nello stare dall’altro lato dell’obbiettivo credo comunque di aver imparato, mentre assecondavo i bisogni di entrambi i fotografi, a capire un altro modo di intendere la fotografia nell’essere un soggetto ritratto.
In realtà crescendo come moltissimi altri fotografi non amo particolarmente essere fotografato ma preferisco sempre stare da questo lato dell’obbiettivo.
Tra le molte cose che ho imparato, senza tuttavia sperimentarlo direttamente, c’è stato sicuramente il procedimento di stampa in camera oscura che Antonio aveva allestito nel bagno della nostra casa dove ho scoperto come l’immagine di una diapositiva o di un negativo possa riapparire, dopo essere stata proiettata dalla luce dell’ingranditore per qualche secondo su un foglio bianco fotosensibile, e rimanere impressionata su quella carta “magica” praticamente per sempre.
Un esperienza affascinante che avveniva sotto i miei occhi e durante la quale provavo ogni volta una vera sensazione d’entusiasmo nel vedere quelle fotografie riaffiorare su quella carta, che ha colpito il mio immaginario infantile contribuendo ad aumentare la mia curiosità e interesse per l’arte della fotografia e che rimarrà per sempre come un ricordo indimenticabile della vita.
La fortuna di imparare dai professionisti

di Dominique Papi – Forte dei Marmi 1985
Credo di poter dire, di aver vissuto un’infanzia in una dimensione veramente fortunata ed in particolare oltre ad aver ricevuto tutto l’affetto e l’amore che potevo desiderare, da un punto di vista formativo, aver avuto una certa forma, se pur elementare, d’insegnamento da parte di due fotografi professionisti fin da molto piccolo è stata una circostanza davvero unica. Entrambi sempre disposti a soddisfare ogni mia curiosità, come è naturale ma non scontato che sia, per spiegarmi in ogni momento anche le cose più difficili e complesse anziché trattarmi come un bambino, notando la passione e mio spontaneo interesse genuino per quel mondo, mi hanno aiutato davvero a farmi capire i segreti della fotografia condividendo con me la loro passione.
E se molti dei concetti della fotografia erano ancora troppo difficili da capire, osservando ogni giorno certi movimenti ed azioni, provando a rendermi conto del significato di cose che intuivo senza capire fino in fondo, mi hanno insegnato a comprendere le differenze tra i vari obbiettivi nelle scelte delle inquadratura e nella composizione scenica, nell’uso dei diaframmi spiegandomi cosa fosse la profondità di campo, quando usare un scatto lento o uno veloce e perché esistessero pellicole con diversa sensibilità alla luce, e così piano piano imparavo in modo indiretto e diretto il senso di quelle implicazioni pratiche.
E così quando nel 1985 mio nonno Giorgio mi ha regalato la mia prima macchina fotografica e finalmente, con la possibilità di averne una tutta mia a completa disposizione, ho iniziato così a scattare le mie prime fotografie, ho potuto verificare direttamente quello che avevo imparato.
E provare a fare “il fotografo”, a soli 9 anni, è stata subito un emozione fantastica!

di Dominique Papi – Forte dei Marmi 1985
L’avvicinamento alla fotografia che ho vissuto così intensamente fin da bambino ha lasciato dentro di me un segno importante che ha dato vita ad una passione che è rimasta sempre molto forte e presente anche quando, diventato adulto, per lunghi anni non ho più praticato, a volte preso dalle normali priorità della vita, o seguendo le mie altre passione per il video, e il montaggio, e la visual art, che utilizzano sempre le stesse regole della fotografia, da cui provengono, ogni volta che riprendevo in mano, la macchina fotografica, sentivo la stessa emozione, frutto di un legame profondo non soltanto con l’obbiettivo fotografico ma con quella visione del mondo che volevo racchiudere dentro ogni singolo scatto.
E così dopo che per diversi anni, le circostanze della vita mi hanno portato a seguendo una strada che appariva obbligata e mai rinnegata per dedicarmi agli studi universitari a trascurare la fotografia anche se non l’avevo abbandonata mentre avevo scelto di usare la videocamera, finalmente mi sono riavvicinato all’immagine fissa riappropriandomi di quella forma espressiva che tanto avevo amato fin da giovanissimo.
E così anni più tardi grazie alla mia prima macchina digitale Nikon D100 ho ricominciato a fortografare e quando anni più tardi con l’avvento delle nuove DSLR sono passato a tecniche di ripresa cinematografiche con una Canon 5D mark II quelle due arti e passioni così diverse e complementari erano ormai racchiuse in un unico corpo macchina da quel momento la fotografia non l’avrei più lasciata andare.
Così la fotografia nel rientrare in quel percorso da cui tutto era iniziato, ha completato il significato delle riprese, del montaggio video, del visual, portando con sé nel linguaggio cine-fotografico quel tratto comune così importante nell’esprimere quell’esigenza comunicativa permettendomi di esprimere pensieri, emozioni, sentimenti anche in forme astratte o visionarie sperimentando nuove modi di comunicare più di quanto mi sarei immaginato di poter fare con l’arte dell’immagine.
L’arte visiva
tra fotografia, musica e cinema

Molti grandi autori, pittori, scultori, fotografi, registi hanno sempre esercitato nella mia immaginazione anche da bambino qualcosa di profondo che mi ha davvero ispirato, coinvolto, interessato spingendomi a voler imparare quel linguaggio.
E spesso sono state più le opere che ho visto che non tutto ciò che ho imparato ad avermi insegnato molto di quello che conosco sull’arte delle immagini.
E così quando dai grandi fotografi ho imparato a conoscere l’esistenza della poesia nell’immagine e se all’inizio potevo soltanto intuire l’importanza che avevano quelle straordinarie interpretazioni, la possibilità fin da giovane di guardare fotografie d’autore mi ha insegnato il valore dell’espressione artistica nel difendere la propria capacità di visione del mondo.
E anche respirando quel senso di libertà creativa che avevo intorno nelle figure del contesto familiare ho imparato che quando si desidera esprimere un sentimento, a volte difficile da esprimere a parole, l’espressione artistica può essere una vera forma di comunicazione.
E come accade nella musica quando si studia alla ricerca di un interpretazione personale per trovare la melodia che sia espressione di una composizione autentica così anche nell’arte dell’immagine si può trovare la sintonia giusta per raccontare quell’emozione.

Ho sempre sognato un giorno di riuscire ad esprimere con le immagini ciò che sentivo dentro, anche per questo ho imparato ad ammirare la profondità di quello sguardo fotografico dei grandi classici del cinema nel quale percepivo quello stesso calore espressivo che avevo provato le prime volte che iniziavo a usare la macchina fotografia e mi divertivo a scoprire il mondo attraverso l’obbiettivo, quasi come fosse un gioco. E anche se non sempre capivo la trama dei film, ero profondamente colpito da come ogni storia raccontata veniva rappresentata in quelle inquadrature e mentre sognavo che un giorno avrei trovato il modo di provare a fare qualcosa di simile, rimanevo a contemplare la bellezza per la cinematografia e per quel senso di magia che provavo dentro.
E così quando guardavo le immagini dei film ascoltando l’intensità delle colonne sonore con cui erano accompagnate e sentivo che quella musica le rendeva ancor più magiche mentre apparivano davanti ai miei occhi provavo come la sensazione che anche quelle melodie fossero rese ancor più meravigliose dal montaggio, dalla fotografia e dalle inquadrature e pur ignorando ancora che molte musiche erano composte per molte scene, quell’emozione dimostrava come fossi già diventato uno spettatore incantato, innamorato della settima arte. In quel connubio tra immagini e musica c’era per me qualcosa di così forte che difficilmente lo riuscirei ad esprimere, una sensazione di sintesi poetica a cui assistevo e partecipavo intensamente osservando e ascoltando come la fotografia e il montaggio potessero incontrare la purezza della musica in quell’intensità di linguaggio espressivo rimanendone quasi incantato. E forse posso solo oggi capire il senso di quella fascinazione per quel linguaggio visivo, forse in qualche modo sapevo che quella sarebbe stata la forma espressiva e di comunicazione che sentivo di più forse intuendo che avrebbe avuto un notevole peso nello sviluppo di un percorso artistico successivo.
Il documentario naturalistico tra arte e scienza



Fin da quando mia mamma da bambino mi ha insegnato ad apprezzare il documentario naturalistico e insieme ne abbiamo condiviso stupore e meraviglia nel racconto della natura, ho imparato quale valore quello sguardo fotografico possa avere come strumento scientifico e di approfondimento capace di portare l’occhio umano dentro la realtà invisibile di un essere vivente e grazie alla fotografia e riuscire così a svelarne segreti e misteri nascosti anche attraverso la bellezza dell’arte. Un forma di linguaggio espressivo dove l’arte dell’immagine racconta la natura e l’obbiettivo fotografico incontra la vita di piante e animali e si trasforma in un potente mezzo di trasmissione della conoscenza come forma di avvicinamento utile sia alla comprensione di comportamenti animali, ecosistemi e biomi naturali offrendo una capacità di lettura del mondo naturale con tecniche innovative mai sperimentate prima, sia per ammirare, raccontate dalle opere fotografiche e cinematografiche, dove l’arte é al servizio della scienza, la meravigliosa realtà della natura.

Ho sempre sentito il documentario naturalistico come un linguaggio complementare alla mia sensibilità perché che mi ha dato la possibilità di soddisfare quell’interesse e curiosità nei confronti della scienza che hanno contribuito ad avvicinare il mio sguardo sulla vita degli animali e delle piante che più tardi ho approfondito durante gli studi universitari in Scienze Naturali e grazie ai quali sono riuscito ad ampliare la mia conoscenza acquisendo competenze che hanno favorito una maggiore comprensione degli aspetti scientifici alla base delle relazioni tra esseri viventi, del valore degli ecosistemi, dello studio etologico dei comportamenti animali e nella descrizione delle meraviglie delle natura. E grazie anche alle straordinarie immagini cinematografici che mia mamma mi ha insegnato ad apprezzare trasmettendomi una passione che è una lezione di vita e per il quale le sarò sempre ancora grato e che tutt’ora quando abbiamo la fortuna di guardarli insieme, o in contemporanea ciascuno da casa propria, spesso coordinandoci per queste nuove scoperte, arricchiscono la nostra cultura nel profondo.

Uno strumento che mi ha insegnato quanto raccontare la bellezza presente nella natura possa diventare un potente mezzo di divulgazione scientifica e dal quale per primo io stesso sono rimasto affascinato, fino al punto che quando da adulto mi sono trovato da fotografo e videomaker a descrivere la meraviglia della natura, l’ho fatto con il desiderio di raggiungere lo stesso risultato.
Credo fortemente nella capacità del racconto cinefotografico del documentario naturalistico come un valore assoluto in grado di trasmettere la conoscenza che è una delle ragioni per cui ho sempre sognato di riuscire un giorno a poterne realizzare uno col lavoro di videomaker.
Una passione per l’arte delle immagini che anche grazie al documentario ho vissuto come forma di approfondimento e che ha sempre accompagnato quello spirito di curiosità verso la scienza e la natura per cui ho studiato all’università.

Un interesse verso quella parte indifesa della vita fatto di ecosistemi, piante e animali che si chiama pianeta terra dalla quale tutti dipendiamo e al quale ognuno di noi appartiene in quanto essere umano. Quei temi fondamentali trattati dai documentari naturalistici, spesso troppo poco considerati, riguardano la vita di tutte le persone dell’umanità di ogni razza e generazione, luogo del mondo, raccontati da grandi operatori di ripresa spesso sconosciuti che con i loro obbiettivi fotografici hanno il merito di aver lavorato con coraggio nel realizzare contenuti e immagini incredibili che hanno portato all’attenzione delle persone di tutto il mondo aspetti nascosti della vita segreta di specie che vivono sul nostro pianeta contribuendo a difenderne il valore di unicità e nell’approfondimento di esseri che la maggior parte di noi non avrebbe avuto la possibilità di osservare e comprendere da vicino hanno lottato alla diffusione della conoscenza scientifica.
Il valore della divulgazione scientifica

Provo grande stima riconoscenza e ammirazione per tutti coloro che realizzano documentari naturalistici che guardo praticamente quasi ogni giorno e che mi hanno appassionato fin da bambino quando seguivo con passione le prime puntate del programma scientifico Il mondo di Quark curato dal nostro amato e compianto Piero Angela, a cui va il merito di aver lottato una vita intera a studiare la natura impegnandosi al massimo per diffondere la conoscenza scientifica nella cultura popolare dell’Italia promuovendone la divulgazione sui canali nazionale con programmi e trasmissioni rivolte ad un pubblico generalista.
Una passione per il documentario naturalistico che dura da sempre fin da quando per la prima volta nel 1981 all’interno del programma Il mondo di Quark hanno trasmesso i documentari intitolati Il Pianeta Vivente (The Living Planet: A Portrait of the Earth) serie di documentari della BBC realizzati da uno dei massimi divulgatori scientifici a livello mondiale, il regista e documentarista David Attenborough che mi ha permesso di ammirare straordinarie immagini della natura davvero indimenticabili. Tra queste alcune delle prime riprese cinematografiche realizzate attraverso la tecnica del time-lapse e utilizzate per mostrare e descrivere la silenziosa ed affascinante capacità delle piante di riuscire a muoversi e seguire la sorgente luminosa direzionandosi nella crescita secondo un meccanismo noto come fototropismo e garantire cosi la propria fotosintesi. Immagini potenti realizzate da un vero regista che ha dedicato una vita a raccontare la natura, riprese di indubbio valore scientifico che ricordo ancora oggi per la loro bellezza ed intensità comunicativa che ci dimostra quanto sia importante l’opera cinematografica del documentario naturalistico che può diventare uno strumento straordinario capace di trasmettere la conoscenza e raccontare con tale forza dirompente le meraviglie della natura.

https://www.nationalgeographic.com/magazine/article/becoming-jane-goodall
E così aver avuto l’opportunità di vedere i documentari realizzati dalla biologa Jane Goodall oggi conosciuta a livello internazionale che hanno raccontato la commovente storia vissuta studiando il comportamento nella vita quotidiana di un gruppo di scimpanzé in Africa fino a stringere nei confronti alcuni di loro si sincere relazioni di amicizia che sono difficili da dimenticare per la forza espressiva che lasciavano trasparire quegli sguardi d’intesa pieni sentimenti cosi umani. Un lavoro di grande valore dove la ripresa delle immagini supporta e completa le tesi dell’analisi scientifica e diventa parte essenziale dello ricerca sostenendo con forza la rilevanza dello studio etologico della Goodall per aver dimostrato le affinità che esistono tra alcuni primati e gli esseri umani e l’inequivocabile importanza del bisogno di proteggere una specie così unica.

Questi documentari naturalistici unici realizzati da National Geographic ed in BBC, Terra Mater, straordinarie case di produzione di documenti che sono una testimonianza di alcune tra le principali specie a maggior rischio di estinzione o perfino giá estinte sono opere di grande importanza non solo per la divulgazione scientifica ma perché rappresentano una preziosa inestimabile testimonianza tra le poche realtà che danno voce alla fragilità di ecosistemi di specie di animali e vegetali portano a conoscenza ambienti estremi, e aiutano tutte le realtà di salvaguardia e protezione dell’ambiente supportando il lavoro di molti ricercatori e associazioni impegnate nella difficile battaglia a protezione del sistema del pianeta terra che a causa delle attività antropiche che ne minacciano la sopravvivenza rischia ormai l’autodistruzione per scarsità di volontà e conoscenza nella quasi totale indifferenza della società umana.
La prima macchina fotografica

La mia prima macchina fotografica mi fu regalata nel 1985 dal mio nonno Giorgio Cipriani che è stato pittore e fotografo, una figura artistica importante e per certi aspetti controversa all’interno della ma famiglia che ha avuto certamente una forte influenza nello sviluppo della mio percorso artistico e nello sviluppare la mia sensibilità nella visione fotografica del mondo. Nato a Venezia nel 1929, mio nonno, nei primi anni ’50 aveva già realizzato molte opere di pittura astratta e figurativa, oltre ad aver realizzato nel corso della sua intensa ed ed intensa vita d’artista, tra gli anni 60-70 decine di migliaia di fotografie tra Venezia, Milano e Firenze, raccontando attraverso visioni insolite, sperimentali, con obbiettivi fotografici di ogni tipo, la società italiana e quella di altri paesi tra cui la Russia e l’Inghilterra. Tra le molte attività Giorgio ha sperimentato anche quella di cine operatore con una cinepresa 16mm Bolex con la quale ha girato numerosi filmati in pellicola e realizzando alcuni brevi documentari sull’Elba e durante la celebre mostra di Henry Moore al Forte Belvedere di Firenze.
A tal proposito alcune delle numerose fotografie che Giorgio Cipriani ha scattato al celebre scultore mentre è ospite della nostra casa a Forte dei Marmi o lavora alle cave di marmo di Carrara per realizzare le sue opere sono state gentilmente concesse dall’Archivio Papi Cipriani di Dominique Papi ed esposte nella primavera del 2020 alla mostra Henry Moore In toscana al Museo del Novecento di Firenze curata da Sergio Risaliti.
Tra le innumerevoli fotografie che mio nonno ha scattato nella sua eclettica vita sono molti i ritratti autentici e di vita quotidiana di alcuni tra i nomi più noti del mondo della letteratura e dell’arte, dello spettacolo tra cui posso ricordare Eugenio Montale, Henry Moore, Joris Ivens, Carla Fracci, tutti amici di famiglia di Giorgio e di mia nonna Anna Maria Papi che hanno frequentato tra gli anni 60 e 80 la Villa Vittoria di Forte dei Marmi dell’architetto G. Michelucci, e molte delle quali sono pubblicate in importanti quotidiani italiani e riviste (La Repubblica, l’Unità, La rivista del Forte) oltre che a corredo di libri curati da Dominique e Anna Maria Papi,(Montale a Forte dei Marmi, edito da Maschietto e Musolino 1997 ed Henry Moore e il Mago Merlino, edito da Gli Ori 2008). E anche se parte di queste fotografie le ho viste quando era ancora ancora un bambino, solamente da adulto ho potuto comprendere in pieno il valore artistico di quelle fotografie e quando ormai la mia formazione era in grado di riconoscere non soltanto l’qualità e l’unicità di quei ritratti ho potuto capire come la fotografia d’autore possa avere un importanza della testimonianza storica e culturale.


Quando ho ricevuto da mio nonno Giorgio quel regalo tanto desiderato, ero talmente felice di poter avere finalmente una macchina fotografica tutta per me che non vedevo l’ora di iniziare a fotografare il mio mondo. La Canon Dial 35-2 era piccola, dalla forma insolita e aveva una particolarità che non immaginavo, infatti, era UN MEZZO FORMATO, era cioè in grado di scattare due foto per ogni negativo, in pratica, raddoppiava il numero di pose di una pellicola 35mm e così, una volta sviluppato il rullino, ogni diapositiva o negativo, diviso a metà, conteneva due foto, e le immagini erano in pratica due scatti che visti così stampati, apparendo in qualche modo consecutivi, davano quasi la sensazione della pellicola cinematografica.
Una caratteristica fantastica non solo perché mi permetteva di avere a disposizione il doppio degli scatti con un un rullino e sentire meno timore di sbagliare, e sprecare costosi scatti di pellicola.
Raddoppiandosi le fotografie che si potevano realizzare con un rullino, in altre parole, anche la libertà espressiva in un certo modo raddoppiava permettendomi di sperimentare in modo più creativo e personale.
E infine, è forse anche grazie a quella capacità di scattare immagini, per così dire, visibili in sequenza, che vedendo quelle diapositive, così divise in due fotogrammi, e che tanto assomigliavano a quelli di una pellicola cinematografica che è nato il desiderio di avere anche una cinepresa.
E chi avrebbe immaginato che da proprio da quel “doppio” scatto sarebbe nata un’altra passione così forte e che qualche tempo dopo con una piccola cinepresa avrei iniziato la mia avventura nelle riprese.
E solo oggi posso dire quanto sia stato fortunato ad avere tutti questi artisti e fotografi proprio in famiglia che mi hanno insegnato, non per caso, a credere nella passione verso un arte che non ho più abbandonato!
Ci tengo qui a ricordare che di recente, nel 2023, ho lavorato per alcuni mesi nella ricerca e nell’approfondimento dell’Archivio Papi Cipriani, curato da Dominique Papi, che da molti anni si occupa di conservare con paziente e meticolosa attenzione numerosi documenti cartacei che riguardano la famiglia Papi e Cipriani, con l’obbiettivo di portare avanti un progetto di scansione, riproduzione digitale e di restauro di negativi, diapositive e stampe dei numerosi quadri e disegni che mio nonno Giorgio ha realizzato per rinomate case di produzione di tessuti degli anni ’50 (Sanderson & Co, Fede Cheti, Ferragamo) fondali di spettacoli rappresentati al Teatro della Scala di Milano, San Carlo di Napoli, Teatro la Fenice Venezia, per ceramiche esposte alla rassegna Italy at Work del 1950 negli Stati Uniti e alla IX Triennale di Milano del 1951, parte di numerosi di lavori della sua agenzia Gotha di Milano. Un progetto che si augura attraverso volumi fotografici inediti di illustrare una panoramica delle opere di Giorgio Cipriani, tra immagini di quadri, disegni, bozzetti e schizzi, e portare a conoscenza l’attività artistica della vita poliedrica di mio nonno.

Autoscatto con Canon Dial 35

Foto di Giorgio Cipriani (Archivio Papi Cipriani)
Castello di San Gimignanello – Siena – Tuscany

Autoritratto con quadro e Hasselblad – Gotha Milano

per Salvatore Ferragamo

Kodak Negative Film 120mm – Unrestored

La prima cinepresa Super 8

Un regalo di Claudia Mertinkat – Firenze 1988
Nel 1988, per il mio dodicesimo compleanno, ho ricevuto in regalo la mia prima cinepresa da Claudia Mertinkat, modella, fumettista ed artista tedesca, fidanzata di mio babbo in quegli anni che in quell’anno mi regalò, con mia grande sorpresa, una piccola cinepresa ZETA Super 8 che anche se proveniva dallo storico negozio di giocattoli Dreoni di Firenze era a tutti gli effetti una vera e propria cinepresa a pellicola nel formato più piccolo del cinema, il Super 8 ; )
E così quel giorno, guardando nell’obbiettivo mentre sentivo quel caratteristico rumore della pellicola che scorreva in quella piccola cinepresa ho iniziato a girare le mie prime riprese è ho provato una grande sensazione di felicità e libertà ; )
La prima volta, come si dice, non si dimentica e infatti l’emozione che ho provato nel riprendere le prime immagini in movimento è stata una sensazione che fino ad oggi non ho mai scordato. In quei brevi e interminabili istanti in cui per la prima volta ho sentito quel piccolo motore girare ero così colmo di euforia e d’entusiasmo che dentro di me sentivo di avere la consapevolezza dopo averlo tanto desiderato stavo finalmente realizzando un sogno.

Appena ho iniziato maneggiare quella cinepresa mentre ancora oggi ringrazio Claudia Mertinkat per quel regalo così speciale ed inaspettato, sapevo in cuor mio che dietro a quel gesto c’era stato qualcosa di importante e significativo e che lei certamente aveva intuito: non voleva soltanto soddisfare la felicità di bambino ma darmi un opportunità, quella di inseguire un sogno, e di cui le sarò sempre riconoscente, proprio perché, da quel giorno, in quell’attimo in cui ho iniziato a riprendere con quella cinepresa, mi sono così tanto innamorato di quella magia per l’arte cinematografica che da quel giorno non ho più smesso un istante di amarla e grazie a quel regalo, il ricordo di Claudia e di quella sera, è qualcosa che porterò sempre con me.

E se in quel primo momento la sensazione di girare una scena era già di per sé un esperienza per me indescrivibile, quando ho realizzato che aspettando il tempo dello sviluppo un giorno finalmente avrei potuto rivederla sul proiettore, quell’emozione è diventata ancora maggiore.
E se le prima volte che ho iniziato ad usarla provavo sempre una forte trepidazione all’idea che la bobina potesse finire troppo presto dato che durava soltanto 3 min di riprese per paura di non aver abbastanza tempo per riprendere tutto ciò che avrei desiderato fermandosi di girare da un momento all’altro, nello spazio così breve e prezioso di 180 secondi, rappresentava per me il tempo di un’emozione lunghissima, giocoforza col tempo ho compreso il valore di quella limitazione che mi ha insegnato fin da subito a cogliere l’essenziale e ad averne responsabilità.

Super 8 Kodachrome II
Non si poteva riprendere tutto tanto per girare ma pensando a cosa sarebbe meritato di più immortalare su quella pellicola preziosa e anche se quella era una scelta difficile da prendere, e anche se le prime volte forse fù dettata dall’istintiva ricerca di qualcosa da carpire dalla realtà come farebbe ogni giovane adolescente, col tempo ho imparato a valorizzare e ottimizzare la pellicola, proprio per non sprecarla, come già avevo imparato a fare con il rullino della macchina fotografica che ricordiamo aveva soltanto 24 o 36 pose..non migliaia di scatti come nel digitale di oggi, e consapevole del costo e rispettando il peso di chi avrebbe dovuto sostenere l’onere, ho imparato sia ad avere quel senso di responsabilità e quell’attenzione che sui sono rivelate indubbiamente un esperienza formativa importante nel girare solo le scene che meritavano.
Come molti professionisti sanno, meno si gira, o meno si catta, e meglio è. E se si capisce questo, soprattutto oggi con il digitale che sembra portarci in direzione opposta, si gira o si scatta con maggior consapevolezza concentrandosi di più sulla composizione, su tempi e valori lavorando sul campo e in fase di ripresa e imparando a capire prima quello che è davvero necessario per raccontare una scena oltre a guadagnare tempo in fase di post-produzione.
E così anche con la mia breve ma intensa esperienza con la cinepresa quel tempo d’attesa nell’aspettare oltre due mesi prima che quella mitica scatolina della cartuccia di pellicola Kodak tornasse dalla Germania finalmente sviluppata per poter rivedere, dopo una lunga e trepidante attesa, quei brevissimi frammenti di ripresa, attimi fugaci di realtà impressionata su celluloide, che avevo girato tanto tempo prima, era un emozione di vera gioia che mi ha davvero insegnato a dare un grande valore ad ognuno dei primi fotogrammi di ripresa che ho girato e a tutti quelli che negli oltre 35 che mi occupo di fare riprese.
Una lezione importante che a distanza di molti anni mi è rimasta impressa e ancora ben chiara nella mente.

Un regalo di Dominique – 1998
L’esperienza di riprendere in Super 8 è qualcosa che ho potuto riprovare a distanza di molti anni quando dopo che nel 1990 grazie alla mia mamma ho avuto la mia prima videocamera, come descrivo nei paragrafi sotto, con un’altro importante gesto mi regalò a sorpresa una vera cinepresa super 8 con uno zoom motorizzato, un ottica macro professionale e che finalmente poteva registrare anche il sonoro. Si trattava di una bellissima Yashica Sound 50 XL Macro, una cinepresa che purtroppo ho avuto l’occasione di sperimentare soltanto in poche occasioni dato il costo sostenuto delle pellicole. E alla fine dopo la spiacevole esperienza con le pellicole Agfa, società che andava verso la bancarotta, che decidendo all’improvviso di non sviluppare più le cartucce Super 8 moviechrome 40/160 mi costrinse a lasciarmi senza poter mai vedere le immagini di alcuni filmati per me importanti, tentati invano di far sviluppare anche da Kodak senza successo, mi sono rassegnato con un po’ di rammarico ho scelto di usare le videocamere.
Una moviola e una giuntatrice
per pellicole

Poco dopo avere ricevuto in regalo la mia prima cinepresa, è nato in me, come era prevedibile, il forte desiderio di riuscire a mettere prima in sequenza alcune di quelle scene con la speranza di poter in qualche modo anche sperimentare l’arte del montaggio in pellicola. E così decisi di chiedere consiglio a mio nonno perché sapevo che lo aveva già fatto e che avrebbe potuto consigliarmi su come fare a gestire le pellicole.
E senza saperlo, dato che mio nonno aveva già avuto diverse esperienze di cineoperatore con la Bolex 16mm, in risposta a quella timida richiesta non ci mise molto e immediatamente mi regalò una sua vecchia piccola moviola che usava per i suoi numerosi filmati super 8 e insieme una giuntatrice meccanica che serviva per unire in sequenza gli spezzoni di pellicola, e anche se era del formato più piccolo utilizzato nel cinema, era la soluzione perfetta per me per riuscire a sperimentare e riprodurre in piccolo, ed in modo del tutto amatoriale ,quella che è la base fondamentale di un vero montaggio cinematografico professionale.
Purtroppo a distanza di pochi anni mio nonno si ammalò finendoci per lasciare nel 1994 e non poté scoprire quanto quei suoi gesti e regali siano stati fondamentali e determinanti per lo sviluppo del mio percorso artistico sia per il mio lavoro di fotografo che di videomaker.
Rimarrà sempre il rammarico di non essermi potuto confrontare da adulto su questi argomenti e per non aver avuto abbastanza tempo per poter condividere la nostra comune passione per la fotografia, per le riprese e per il montaggio.
Sono felice di essere riuscito anche nel 2022-23 alla risistemazione dell’Archivio Papi Cipriani e ad osservare da vicino molte delle sue opere accuratamente conservate grazie all’instancabile, prezioso lavoro di conservazione Dominique Papi, che da anni è riuscita con grande tenacia e determinazione a portare avanti e al quale ho potuto contribuire iniziando anche a lavorando ad una difficile e appassionante selezione che mi ha portato a conoscere la grande quantità di opere che nelle diverse forme d’arte, tra pittura, disegno, fotografia, riprese è stato capace di lasciarci, se pur nel caos della sua disordinata vita d’artista, ha lasciato decine di migliaia di fotografie, stampe, negativi, diapositive, che ci hanno aiutato a comprendere il valore della sua sensibilità artistica. E così anche questo è in qualche modo il mio modo di ringraziare.
Imparare le basi del montaggio

Prima di poter usare la giuntatrice univo ancora gli spezzoni di filmato con il nastro adesivo o la colla ma poi grazie a quel prezioso strumento ho iniziato finalmente sperimentare i miei primi montaggi in pellicola super 8 e utilizzando quei piccoli elementi trasparenti che conservo ancora oggi e che servivano da ponte tra i due spezzoni potevo costruire le prime sequenze di scene dalle riprese che avevo girato con la cinepresa in modo più semplice e senza paura che le giunzioni si rompessero, come accedeva prima, mentre giravano nel rullo rischiando di bruciare la pellicola delle mie preziose immagini con la luce del proiettore.
La piccola moviola si è rivelata subito era uno strumento fondamentale per vedere le riprese proprio perché la sua debole luce non poteva bruciare la pellicola e nonostante fosse così bassa da aver bisogno di creare nella mia stanza il buio totale per essere usata al meglio, mi dava finalmente la possibilità di vedere un anteprima delle scene con la velocità giusta e frequenza dei fotogrammi corretta che era impossibile da percepire con una tecnica di scorrimento manuale del rullo che fino a quel momento era l’unica soluzione che avevo tentato. Con la moviola, anziché scorrere la pellicola a mano senza mai riuscire a capire davvero quale fosse la ripresa, finalmente potevo capire subito il contenuto di un girato e rendermi conto quali fossero le parti migliori e decidere il punto adatto dove tagliare una scena e riuscire così a realizzare i miei primi stacchi di montaggio. Poter abbandonare finalmente il mio faticoso e laborioso metodo manuale di scelta delle scene è stata una vera liberazione che mi ha fatto provare un grande senso di soddisfazione. Ripensare a queste cose oggi che siamo in un epoca digitale potrebbe far sorridere ma per me quella è stata davvero un’esperienza formativa.

Oggetti all’apparenza semplici ma per me straordinariamente utili con i quali avevo la possibilità di rendere non soltanto più sicure quelle giunzioni ma anche di poter utilizzare alcune parti degli spezzoni di pellicola per sovrapporle e creare quelle dissolvenze incrociate che tanto avevo desiderato poter realizzare.
Se infatti nei primi tempi caparbiamente avevo già cercato di sovrapporre i filmati con un normale scotch ottenendo risultati poco soddisfacenti quella giuntatrice e quella moviola erano strumenti fantastici che mi hanno permesso di sperimentare e imparare le basi del montaggio cinematografico con la pellicola super 8.
E così Giorgio con quel prezioso regalo per cui gli sarò grato per sempre mi ha dato la possibilità di iniziare quel viaggio nell’arte del montaggio, consentendomi di realizzare i miei primi stacchi, dissolvenze, sequenze.
Per questo se non sono stato in grado trovare il coraggio e momento per ringraziarlo di persona quando era ancora tra noi, voglio esprimergli con queste mie poche parole tutta la mia riconoscenza per avermi dato l’opportunità di vivere quando ero solo un adolescente, tutto il fascino e la magia dell’arte del montaggio.
Grazie Giorgio!
Un’esperienza formativa

Un esperienza fondamentale che mi ha insegnato il valore di imparare a scegliere ogni singolo fotogramma di una scena per realizzare stacco, e così nel lavoro di pazienza e concentrazione di tagliare la pellicola a mano, ho imparato a fare delle scelte ponderate iniziando a comprendere il significato stesso dell’arte del montaggio. In altre parole con il montaggio in pellicola dove non era consentito nessuno sbaglio, né si poteva tornare indietro faremmo oggi con il pulsante cancella o undo per ricominciare da capo e correggere un errore, ho imparato il valore della scelta e l’importanza di pensare nel costruire un idea senza inseguire solo la tecnologia. Per questo quando qualche anno più tardi nel 1992 ho iniziato a sperimentare il montaggio video in analogico con videocamera e centralina di montaggio (vedi dopo) e più tardi nel 2002 sono passato nel 2002 all’editing digitale, ho portato sempre con me, quella prima esperienza di montaggio con la pellicola super 8 e anche nell’iper possibilità offerta dalla tecnologia di oggi ho cercato di non dimenticare il valore del significato di quel tempo di riflessione che era necessario nella scelta di un punto di stacco con la pellicola come un presupposto fondamentale nello sviluppo semantico di qualunque forma di racconto, contemporaneo, digitale, artificiale che sia come esperienza dedicata all’attenzione che il vero insegnamento che ho imparato.
Concludendo questo parte del racconto che riguarda mio nonno, anche se sono sempre stato conscio di aver sperimentato il montaggio in super 8, come autodidatta, in modo amatoriale e solo per qualche anno, da giovane inesperto quella che ho vissuto in quel momento delle mia adolescenza è stato una forma di pratica che mi fatto capire quanto possa essere sostanziale la scelta di uno stacco e persino di un singolo fotogramma nella costruzione di una scena e così, nel comprendere la difficoltà di esprimere un significato, ho imparato a rispettare il valore di un’arte complessa come quella del montaggio cinematografico.
Ogni giorno che ho passato nel buio della mia stanza con quei pochi e piccoli strumenti, a sperimentare realizzando i miei primi e rudimentali montaggi con le pellicole sviluppate dei mie filmati amatoriali sentivo che quell’esperienza mi stava insegnando qualcosa, e solo oggi capisco quanto sia davvero stata così importante. Avevo appena iniziato a confrontarmi con una nuova forma di linguaggio, di scrittura visiva, che era per me ancora tutta da capire, da imparare, un mezzo per riuscire a comunicare attraverso il montaggio da utilizzare insieme alla fotografi, alle riprese. Una lezione che mi porto dentro ogni giorno e che ricordo anche oggi che ormai sono “grande” quando mi trovo ad affrontare un nuovo montaggio.
La prima videocamera

Nel 1990, compiuti 14 anni, ho chiesto ai miei genitori se avessi potuto ricevere in regalo una videocamera e nonostante sapessi che che fosse per loro una spesa impegnativa e che poteva sembrare una richiesta eccessiva o presuntuosa, cercai di fargli capire che per me non si trattava di assecondare un capriccio o soddisfare un bisogno consumistico quanto piuttosto darmi la possibilità di seguire un percorso espressivo di cui sentivo la necessità. Nonostante all’inizio abbia comunque incontrato qualche difficoltà con mio padre sono riuscito infine a convincerli della bontà delle mie intenzioni promisi che mi sarei impegnato al massimo negli studi al Liceo Scientifico. E così ripagando la loro fiducia con lo studio sono riuscito a meritarmi quel regalo tanto desiderato dimostrando subito di farne un uso responsabile come un adulto.
E così, grazie a quella telecamera semi-professionale che aveva l’ottica Zeiss e alla quale avevo aggiunto una lente addizionale tele-macro per ampliare sia il grandangolo che avere uno zoom più potente, ho iniziato a fare le mie prime riprese video,
E come se non avessi aspettato altro da una vita e come appare evidente in queste foto sotto la Tour Eiffel, al Trocadero e Les Halles di Parigi, ero già molto impegnato nello scegliere le migliori inquadrature possibili.

Ricordo ancora lo stupore quando per la prima volta ho collegato la telecamera ad un televisore e ho potuto guardare le immagini appena registrate sullo schermo, e quanto mi sembrasse incredibile che si potesse fare anche in diretta. Aveva una funzione speciale l’edit-search che consentiva di tornare indietro di 2sec e registrare nuovamente sul nastro permettendo di realizzare uno stop-motion un po’ rudimentale, e poi la funzione rallenty in riproduzione che mi avrebbe permesso con un videoregistrare esterno mi di ottenere quell’effetto rallentatore che tanto avevo desiderato. Oggi che viviamo in un epoca dove tutti ormai sono dotati di smartphone che scattano foto e video con funzioni timelaspe e slowmotion incorporate, potrebbe essere addirittura difficile capire quanto fosse stato forte il desiderio di possedere una telecamera con quelle capacità, o far sorridere qualcuno, ma in quel periodo della mia vita era un fatto che consideravo qualcosa di molto serio. Quella telecamera Sony non era soltanto un strumento tecnologico di cui vantarsi ma aveva un importante significato perché, in qualche modo già sapevo, che mi avrebbe aiutato nell’intero percorso artistico che poi da adulto ho proseguito e per questo motivo sarò sempre grato ai miei genitori di avermi fatto quel regalo.

Il montaggio video analogico

L’ultimo passaggio di questo racconto riguarda la la scoperta del montaggio video in analogico. Nel 1992 i miei genitori mi hanno regalato una centralina per il montaggio video analogico con una titolatrice integrata che ho accompagnato ad un videoregistratore Sony professionale che mi ha permesso di fare un vero salto in avanti e di costruire la mia prima postazione per il montaggio video analogico. Dopo aver sperimentato quanto fosse complicato e costoso farlo utilizzando le pellicole Super 8, la giuntatrice meccanica e la moviola, finalmente sono entrato nel mondo video, in qualche modo realizzando un sogno che fino a poco tempo prima mi sembrava irrealizzabile iniziando il montaggi video. Gestire un flusso video registrato sul nastro magnetico e non su pellicola consentiva di poter correggere un errore semplicemente riassegnando nuovi punti di ingresso e di uscita utilizzando il time code, aggiungere in pochi istanti una colonna sonora e persino dei titoli in sovra impressione, aumentando la velocità del procedimento di montaggio rivoluzionando così radicalmente l’intero processo creativo.
Ed è così che utilizzando tutta la mia creatività e sfruttando queste nuove possibilità della mia nuova postazione di montaggio analogico che nell’arco di breve tempo ho realizzato il mio primo cortometraggio amatoriale “Corse 1992”, un racconto musicato della splendida vacanza passata in Corsica a bordo della barca a vela dell’amico Lorenzo che mi ha sempre incoraggiato nel percorso artistico e che come giovane e aspirante videomaker ho vissuto come il raggiungimento di un primo importante risultato.



La passione per la musica


La musica è stata sempre in tutte le sue forme ed espressioni fonte di grande ispirazione per il lavoro di videomaker e in modo particolare la musica classica.
Nel 1985, all’età di 9 anni ho deciso che avrei voluto a tutti i costi studiare la musica e imparando a suonare il pianoforte. Nelle lezioni private che ho seguito per circa oltre due anni alla fine dei quali sono arrivato ad eseguire il mio primo ed unico saggio al pianoforte a coda sotto il Cenacolo di Santa Croce a Firenze dove ho eseguito l’esercizio 34 dello storico manuale preparatorio per pianoforte Bayer e con grande emozione quando mi ero avvicinato con stupore e meraviglia alla musica classica che fin da piccolo ascoltavo ed amavo moltissimo purtroppo per incompatibilità personale con l’insegnante con rammarico ho smesso di studiarlo.
Una decisione che avrei rimpianto per molti anni, anche se non ho mai abbandonato quella passione e grazie al mio pianoforte Yamaha di mia zia Laura che conservo gelosamente un po’ trascurato ogni tanto cerco ancora di imparare.
Sono sempre stato appassionato dalla straordinaria bellezza delle musiche dei più grandi compositori classici tra i quali ho sempre amato L.V. Beethoven, J.S. Bach, P.I. Tchaikovsky, F. Chopin, F.Schubert, V.Mozart, G.Verdi, G.Rossini per citare i miei maestri preferiti in assoluto e che certo non hanno bisogno di essere presentati.
Ascoltare ogni genere musicale

Ad essere sincero sono sempre stato un amante della musica di ogni tipo e sotto ogni forma possibile e che credo di aver ascoltato quasi tutti i generi musicali apprezzandone il valore.
Fin da piccolo ho ascoltato musica di ogni tipo, in particolare in quegli anni tra i 7 e i 12 anni ero un amante della musica dei più grandi artisti di tutti i tempi e che ascoltavo in quel periodo divenuti per me riferimenti musicali fondamentali come i Pink Floyd, Bob Marley, Bob Dylan, Michael Jackson, Sting, Madonna, George Michael, Bruce Springsteen, Santana, Queen, Simple Minds, Dire Straits come quella dei cantautori italiani come Franco Battiato, Lucio Dalla, De Gregori, Gianna Nannini e Zucchero e di alcuni tra più importanti cantanti e musicisti e artisti del jazz tra i quali ho amato sempre Ella Fitzgerald e Louis Armstrong e Keith Jarret.
Come molti dei giovani in quegli anni ero affascinato da tutte i nuovi artisti che sentivo tra la fine degli anni 80 e l’inizio anni 90 impossibili da menzionare uno per uno che avrei conosciuto meglio nel corso del tempo tra cui devo citare però Depeche Mode, Jean Michelle Jarre, Moby, R.e.m., divenuti punti essenziali nella formazione elettronica e non solo per la crescita dell’ascolto di alcune tra le sonorità musicali che più ho amato insieme ad altri generi suonati da artisti più folk come Tanita Tikaram, Tracy Chapman, Gipsy King, Susan Vega.

A 13 anni già compravo dischi in vinile di ogni genere tra cui Rap ed Acid House, Technoctronic, Public Enemy, LL cool J, Run Dmc, Civilles and Cole, e altri più nuovi come il primo Jovanotti, Manonegra, passando per suoni più duri come l’Heavy Metal di gruppi storici come Metallica Iron Maiden, Aerosmith, Bon Jovi, Europe. Crescendo ho imparato a conoscere la musica di gruppi senza tempo come sono i Doors e i Beatles, scoprendo il fascino di generi come il jazz di artisti più contemporanei come Miles Davis, o epici come Ryuichi Sakamoto o i Kraftwerk
Ho amato generi più tradizionali come le canzoni popolari del sud america come la cumbia andina, colombiana messicana, le canzoni di Gloria Estefan imparate a conoscere durante un indimenticabile viaggio in Messico nel 1997 con il mio eterno amico Moreno, che insieme alla musica centroamericana e cubana di artisti come Compay Segundo, Ibrahim Ferrer, Omara Portuondo, in particolare il piano di Ruben Gonzales del Buena Vista Social Club che ho avuto il piacere di ascoltare in concerto incontrato per caso in Andalusia mi hanno insegnato l’importanza di conoscere musiche di altre parti del mondo. E così da alcuni film ho potuto conoscere ed apprezzare artisti latini europei come Dulce Phontes e Ottmar Liebert, e tantissimi altri artisti scoperti da molte colonne sonore difficili qui da ricordare tutte.
Naturalmente nel corso di tutti gli anni ’90 e inizio 2000 sono stato sempre un grande ascoltatore della scena musicale di quel periodo anni e ascoltavo generi come il Trip Hop, Morcheeba, Massive Attack, Portishead, la jungle James Hardway, lounge di St. Germain, fino ad artisti dell’elettronica come Squarpusher, Ozric tentacles, Aphex Twin, Sonic Youth, Alva Noto,oltre al rock alternativo di gruppi come Placebo, Radiohead, Soundgarden, e infine ultimi ma non meno importanti tra gli autori e gruppi italiani della scena pop, indie rock, grunge, dub, tra cui Subsonica, Almamegretta, 99Posse, Verdena, Bluvertigo, Dub Sindacate, Delta V, Afterhours, Litfiba, Teatro degli Orrori, Marlene Kuntz ed europea tra cui Manu Chau.

Un capitolo a parte riguarda la musica elettronica, techno, progressive, trance, house minimale che all’inizio ascoltavo soprattutto quando ancora si andava a ballare e poi da quando come visual artist già dal 2002 ho iniziato a lavorare per realizzare le prime di performance visual che mi hanno portato ad esprimere in un’altra forma la mia passione per l’arte delle immagini in tempo reale dalla consolle e dal palco palco di club, festival e discoteche per molti anni ho avuto la possibilità di ascoltare le più diverse sonorità di musica elettronica proposte dai maggiori djs, artisti e produttori del la scena italiana ed internazionale ho avuto l’opportunità di ampliare in un altra direzione ancora la mia culturale musicale.
E se in quei primi anni 90 ero ancora un adolescente quella musica al pari di molte altre sonorità hanno segnato il background musicale di ascolto che fa parte ormai di un altra generazione che ormai non esite più ma che proprio nel cuore della Toscana hanno dato vita ad un importante movimento underground che ha visto la nascita di locali storici, molti dei quali non esistono più esistenti, tra cui Imperiale, Insomnia, Duplé, Tenax dove sono nati i dischi che hanno fatto la storia musicale di quel genere musicale tanto che le loro produzioni sono oggi ancora suonate da alcun dj più colti e raffinati tra i quali non posso non citare il nome di Alex Neri e Francesco Farfa, con i quali ho avuto il piacere di collaborare a lungo in quasi vent’anni di attività di visual artist che con le loro produzioni internazionali divenute famose come dischi storia hanno fatto ballare più di una generazione.

E così tra i generi di musica elettronica internazionale che ho avuto il piacere di ascoltare ci tengo a ricordare la Berlin Electro della BPitch Control di Ellen Allien, scoperto nei primi anni 2000 grazie all’amico Fabio della Torre, dj e produttore direttore della Bosconi Records con il quale, dopo aver condiviso per molto tempo insieme la scena anni 90, abbiamo scelto di creato su quelle nuove sonorità berlinesi, il Berlin Mitte Group, proponendo un nuovo concetto di intrattenimento audio-visual, come ho ampiamente descritto nella sezione VISUAL ART, in particolare alla pagina N.E.T.O. biography che invito a visitare e che prosegue negli anni il racconto di una passione musicale che mi ha portato in modo che forse non potevo immaginare a realizzare performance visual in tempo reale proprio sulla musica che per tanti anni avevo imparato ad ascoltare.
L’importanza della colonna sonora

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Parte essenziale di questo racconto sulla passione per la musica e che nasce dentro di me insieme all’interesse per la cinematografia sono le colonne sonore dei film, che qui sarebbe impossibile elencare tutte, ma tra le quali nominare quella di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, della trilogia di Sergio Leone, della saga di Star Wars, dei film di Spielberg, di Hitchkock, di Wenders, Kieslowski, Antonioni ed Olmi, realizzati dai registi che crescendo la loro capacità d’immaginare e comunicare attraverso capolavori assoluti e le loro storie straordinarie hanno saputo regalare emozioni che non potremo mai dimenticare come le musiche che fanno parte ormai e appartengono alla vita di ognuno di noi delle meravigliose e indimenticabili colonne sonore realizzate dal compositore direttore d’orchestra Ennio Morricone, che necessiterebbe di una pagina a parte perché potessi riuscire a spiegare l’infinità di sentimenti che ha saputo comunicarmi regalandomi il privilegio di poter ascoltare musica straordinaria già da bambino quando forse ancora dovevo capire la distinzione reale tra musica film, immagini, composizioni, che mi apparivano, nel loro insieme, come opere in grado di toccare nel profondo la mia sensibilità con innumerevoli ed indescrivibili sensazioni che non potrò mai dimenticare tanto hanno segnato il mio amore per la musica e per il cinema e che più di chiunque altro ha saputo unire queste arti in una unica e meravigliosa realtà tutta da ascoltare con il cuore.

E così grandi maestri compositori come Philipp Glass, Steve Reich, Zbigniew Preisner e molti altri mi hanno fatto innamorare del cinema, della musica, e della fotografia, fino a farmi venir voglia di imparare a suonare, fotografare, riprendere, montare e sperimentare questa capacità di coniugare suono ed immagine.
E tra i film e le colonne sonore che mi hanno davvero influenzato, in particolare nel percorso di visual artist c’è sicuramente Koyaanisqatsi di Goffrey Reggio, con la musiche di Philipp Glass, che già nel 1982 aveva uno stile unico e e la capacità di raccontare la vita della società contemporaneo con immagini suggestive e di grande pathos attraverso un linguaggio cinematografico visionario girato quasi esclusivamente in time-lapse dove il dialogo tra fotografia e musica è continuo e questo connubio è il vero protagonista del film. Koyaanisqatsi, è un film che mi ha insegnato che è possibile usare altre forme di creatività e riuscire a fare qualcosa di unico come in modo magistrale è riuscito a realizzare il regista Goffrey Reggio e usare la musica come elemento fondamentale del racconto cinematografico anche senza usare alcun testo o voce narrante.
Un insegnamento importante che certamente mi è servito a distanza di molti anni sia nel mio lavoro di videomaker che quando nel dialogo con la musica ho realizzato le mie performance visual in tempo reale. Ispirato da quel film infatti non ho mai dimenticato quell’esempio di grande espressività cercando anche nel lavoro di visual artist di mantenere quella forza e capacità dimostrata dal grande regista cercando anche io, nella mia umile esperienza, un modo di fare incontrare la musica a quell’intensità del linguaggio fotografico delle immagini creando visual autoriali, realizzati a partire da riprese e montaggi realizzati in prima persona, cercando di portare in scena un racconto autentico che nascesse dalla realtà del mondo e della società per dare una forma cinematografica alle performance visual come forma di linguaggio e di suggestione visiva.
Fantasia come imprinting di una passione

Il film che forse più di ogni altro mi ha davvero ispirato nella passione per la musica e per l’arte del cinema e che ho visto per la prima volta proiettato sullo schermo dal nostro proiettore Super 8 quando ero un bambino, è Fantasia il capolavoro assoluto di Walt Disney uscito nel 1940, che ha il merito assoluto di aver saputo creare un opera meravigliosa, straordinaria, capace di animare con poesia e libertà d’immaginazione centinaia di migliaia di disegni in una perfetta sincronia con le sinfonie di Bach, Beethoven e Tchaikovsky e dove per la prima volta non è la musica ad accompagnare l’immagine, ma è l’immagine stessa ad essere creata su ogni nota musicale.
E proprio quest’ultimo concetto che è anche il principio della visual art e della performance live in tempo reale Fantasia è stato il film d’animazione che ha maggiormente ispirato la mia passione ed interesse per l’arte del Vj-ing riscoprendo molti anni dopo il valore e il significato di quella potenzialità espressiva di linguaggio.
Un film unico nel suo genere sempre contemporaneo dove la sinergia con la musica e la magia dell’animazione sono un unicum magistralmente costruito sulle sinfonie di maestri compositori della musica classica e che non soltanto come ogni altro bambino al mondo che ha avuto la fortuna di vedere mi ha incantato e divertito, ma nel quale ho visto in quello scorrere di disegni, pitture, fotografie in movimento, impensabili punti d’incontro ed emozioni impossibili da descrivere insieme alle emozioni provocate da quella musiche divine che ho sentito così forte dentro di me, di fronte a quella forma d’arte visiva, così piena di fantasia e di magia, da essere è stata per me, e lo dico senza nessuna forma di retorica, una vera e propria rivelazione artistica.

Qualcosa di indescrivibile, di magico ed affascinante che sentivo per quel cinema d’animazione come una possibile forma espressiva che ho sempre desiderato imparare e forse è anche per questa ragioni che ho scelto la fotografia, le riprese, il montaggio, l’arte visual che mi ha formato e spinto verso una lunga ricerca, nell’inseguire un sogno verso l’arte visiva e in quel rapporto indissolubile tra musica ed immagini in un connubio che sperimenta una forma di linguaggio unica dove quel rapporto portato all’ennesima potenza, in un simposio di colori, musica e immagini è quasi un esperienza.
La prima volta che ho visto Fantasia mi ha così tanto emozionato che la mia volontà di riuscire a coniugare immagini e note musicali, insieme all’idea di poter realizzare film, o qualcosa che gli potesse assomigliare, anche un documentario sulla natura, mi è sembrato essere l’unico l’obbiettivo della vita, e forse anche per questo che non ho mai smesso di continuare a inseguire quel sogno.
La forza di realizzare i propri sogni


Ho sempre pensato infatti che per esprimere quel qualcosa di inesprimibile che si nasconde nel mondo, nella vita delle persone, degli esseri viventi, della natura e dei sentimenti profondi che ci appartengono, l’unico linguaggio che può riuscirci meglio forse è quello dell’arte, e così anche della fotografia, del cinema, della vsual art. All’inizio del mio percorso forse non sapevo nemmeno come tutto questo si potesse riuscire ad ottenere né cosa volesse dire ma di una cosa ero certo, e cioè che ero fermamente interessato a scoprire come imparare a farlo per poter un giorno comunicare in modo altrettanto forte quel sentimento che sentivo dentro.
E oggi posso dire di essere stato fortunato del fatto che grazie al sostegno di molte figure della mia famiglia e alla forza di volontà sono riuscito a realizzare quel sogno che dall’inizio ho sempre cercato di raggiungere e fare di una passione un lavoro. Infatti, nonostante le difficoltà che come tutti ho incontrato nel corso della vita, guardandomi indietro, sono certo di averci messo sempre tutta l’energia che avevo a disposizione e nel voler inseguire a tutti costi questo sogno e riuscire a unire la passione per la musica, per l’immagine, fissa e in movimento, lungo quel percorso che ha richiesto fatica ed impegno e che fin da bambino mi ha insegnato ad osservare ed ascoltare, essere curioso, caparbio e paziente, nel voler imparare da tanti artisti e autori, quelle tecniche e possibilità espressive, che seguendo l’evoluzione delle tecnologie e dei nuovi linguaggi mi ha portato a realizzare documentari, cortometraggi, videoclip musicali, performance visual, mi permette oggi di dire che sono felice di essere riuscito a raggiungere quel risultato che ho sempre desiderato.
Il racconto di questa avventura CONTINUA NELla pagina WORKS CON LE PRINCIPALI COLLABORAZIONI ARTISTICHE E PROFESSIONALI, PRODUZIONI DI VIDEOCLIP, AFTERMOVIE, CORTOMETRAGGI, DOCUMENTARI, TEASER, PERFORMANCE VISUAL, RIPRESE VIDEO, PROGETTI E MOSTRE FOTOGRAFICHE, REALIZZATE DAL 1996 FINO AD OGGI PER ARTISTI, COREOGRAFI, DANZATORI, ATTORI, CANTANTI, MUSICISTI, DJ E PRODUCER ITALIANI ED INTERNAZIONALI HO POTUTO DIMOSTRARE
COME una passione lunga una vita SIA DIVENUTA UN’AUTENTICA REALTÀ PROFESSIONALE ED ARTISTICA





