N.E.T.O. L’arte del vj-ing

Una pagina INEDITA CHE svela l’arte del vj-ing progetto N.E.T.O. NEW EYES TO OBSERVE come performance visual in real-time, ideato nel 2002 e portato in scena fino al 2020 a partire da contenuti visivi che ho filmato, montato ed elaborato nel corso della mia attività di videomaker, utilizzando una forma di linguaggio unica, straordinaria, basata sull’improvvisazione per accompagnare la musica di artisti internazionali in modo estemporaneo e riuscire così ad esprimere sentimenti ed emozioni per il pubblico di club, festival, discoteche, concerti e nel contempo condividere una visione autoriale.


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Un avventura nell’arte Visual

Una pagina per svelare l’arte del vj-ing progetto N.E.T.O. NEW EYES TO OBSERVE come performance visual in real-time, ideato nel 2002 e portato in scena fino al 2020 a partire da contenuti visivi che ho filmato, montato ed elaborato nel corso della mia attività di videomaker, utilizzando una forma di linguaggio unica, straordinaria, basata sull’improvvisazione per accompagnare la musica di artisti internazionali in modo estemporaneo e riuscire così ad esprimere sentimenti ed emozioni per il pubblico di club, festival, discoteche, concerti e nel contempo condividere una visione autoriale.
Un approfondimento per spiegare come l’arte del vj-ing può diventare una esperienza artistica nella creazione di contenuti d’autore, esprimersi sul palco con la performance e l’improvvisazione, per immaginare, trasformare linguaggi, arrivare fino a “suonare con le immagini” sia con controlli analogici che in digitale per creare un racconto visivo unico costruito con consapevolezza, fantasia e capacità d’interpretazione che può arrivare perfino a comunicare significati nuovi ed inaspettati della realtà.
Una testimonianza diretta che vuole riconoscere il valore di un linguaggio costruito in modo estemporaneo nel dialogo con la musica attraverso una forma d’improvvisazione sul palco, e che forse come in nessun altra forma visiva, che avessi prima sperimentato fin dal primo set visual, ho vissuto come un’arte piena di grande possibilità espressiva. Una disciplina che ho avuto ip privilegio di sperimentare tra i primi in Italia e che ho fin dall’inizio praticato con autentica passione, in modo diretto e sincero, lavorando con il massimo impegno per promuovere lo spirito d’innovazione e di collaborazione artistica a fianco di dj, artisti, light-designer, art director, addetti ai lavori, e cercando in ogni occasione, di portare sullo schermo un progetto visivo di qualità per esprimere una personale visione come autore e dare un contributo artistico alla scena.
Un focus inedito sul perché di certe idee creative, scelte tecniche, artistichemodi di riscrivere la grammatica del montaggio. per ricostruire danze incompiute, movimenti e linguaggi del corpo come partiture musicali, da cui sono nati visual importanti di un percorso riconosciuto. Una storia dal dietro gli schermi di un percorso artistico nella performance visual che racconta per la prima volta dopo vent’anni come ho iniziato nel 2002 usando strumenti di controllo analogici fino ai software in tempo reale. Un excursus sulla performance visual N.E.T.O. attaverso i segreti dell’arte del vj-ing, dellatastiera musicale midi usata nel 2004 all’Arezzo Wave con Ellen Allien per controllare parametri ed effettistica video così immaginare una nuova forma d’espressione e di improvvisazione “musicale” per comunicare in modo quasi strumentale col linguaggio visual sulle sonorità berlinesi della fondatrice della storica etichetta B-pitch Control. Un esperienza tattile che voleva tradurre il riflesso di quel sentimento vissuto nell’ascolto personale di quella musica anche nelle immagini accompagnando stacco dopo stacco, pausa, dopo pausa, la musica in consolle. E così raccontare come negli anni a venire pur nell’evolversi delle tecnologie e delle atmosfere musicali il fondamento della creatività iniziale non é mutato e quei contenuti creati, rinnovati nei significati, come parole ricomposte all’infinito, hanno continuato a restituire le emozioni vissute in prima persona dalla musica e trasmesse attraverso quei visual hanno finito spesso per illuminare la scena in modo unico ed irripetibile.
Un progetto nel quale ho immaginato che una nuova forma di linguaggio visivo possa ancora raccontare il riflesso di un sentimento e anche senza stravolgere la narrazione, usare virtualità automatismi o intelligenze artificiali, il mondo si possa ancora osservare con un nuovo sguardo N.E.T.O. New Eyes To Observe.


L’approfondimento

Dopo oltre venti anni dalla nascita di questa forma d’arte sono ancora molti a non conoscere bene il reale significato di ciò che sta dietro al nome del VJ e in che cosa consiste la pratica del vj-ing. Spero dunque con questo articolo di poter far luce su di un arte per molti ancora forse persino sconosciuta, e di chiarirne il significato. Essendo tra i precursori in Italia che ha sperimentato l’arte del vjing esercitando fin dalla sua nascita questa forma unica di linguaggio visivo ho pensato dopo vent’anni, che fosse il momento per dare al progetto N.E.T.O. il giusto riconoscimento che si merita, e condividendo un esperienza personale, raccontare i princìpi e le intenzioni che sono sempre state alla base di questo percorso artistico e professionale.

Un’arte che ha aggiunto significato alla mia vita e che ha influenzato certamente anche il mio lavoro di videomaker, e che forse mi ha dato molto di più di quanto avrei mai potuto immaginare sia per le diverse possibilità espressive che l’arte visual mi ha insegnato che per le innumerevoli occasioni di esprimermi con un linguaggio nuovo. In questo articolo dunque, augurandomi di offrire un punto di vista personale sia come autore di contenuti visual che protagonista e di innumerevoli performance visual, spero di riuscire a condividere alcune idee finora rimate inespresse ed esprimere alcune riflessioni sugli ultimi anni in cui ho lavorato, e quali sono le ragioni che mi hanno spinto a ritirarmi dalla scena smettendo di praticare un’arte in cui ho sempre creduto molto e fino all’ultimo.
E chissà che questo articolo non riesca ad interessare i non addetti ai lavori, o magari persino avvicinare qualcuno ad un mestiere che sta ormai rischiando di scomparire nella memoria visiva, senza quell’esempio d’autore, professionale e artistico che ho sempre portato in scena e che è sempre meno presente nel panorama mondiale.
Mela speranza che questa lettura sia un modo per rivalutare un arte e dimostrare quanto potrebbe essere diversa dalla forma di intrattenimento che appare così diffusa, omologata e svuotata di ogni significato, imparando a conoscere che esiste anche un altro modo in cui si può esprimere quest’arte visiva così unica e straordinaria.
Per questo, scegliendo Ho scelto di portare questa testimonianza personale, non certo come auto celebrazione del mio lavoro ma anzi, piuttosto, nell’umiltà di mettere a nudo un percorso artistico, tra limiti e speranze di un progetto forse mai decollato abbastanza o sufficientemente riconosciuto, sempre e costantemente difeso. spero di dimostrare che quando l’arte del visual nasce dall’anima di una persona, e prima ancora che da intelligenze digitali o artificiali, può sempre regalare emozioni autentiche.

Il principale motivo per cui scritto questa pagina che invito a leggere sperando di non annoiare, sta proprio nella volontà di esprimere sentimenti autentici vissuti in prima persona e non trasmessi con elementi digitali per offrire alcune considerazioni anche su un tema più ampio che riguarda l’attualità e che, di fronte al crescente rischio che si sviluppi una nuova forma di apatia costruita sull’uso e la fruizione di contenuti generati dall’intelligenza artificiale, si presenta come un riflessione generale, che mira a difendere, a discapito delle nuove forme di auto apprendimento che rischiano di far perdere anche nel campo artistico, il valore della creatività umana, e della nostra capacità unica ed ancor innata, di esseri umani pensanti ed emotivi, di saper immaginare e di creare qualcosa di unico ed originale.
E anche se ho incontrato alcune difficoltà nel riuscire a trovare le formule giuste per esprimere significati di un arte visiva che si esprime sul palco e non con le parole, in particolare nell’esprimere quell’infinitesimale forma delle emozioni che si provano nell’espressione artistica, fatta di intenti profondi e linguaggi spesso fragili e delicati, e nella ricerca verso una sensibilità, che per sua natura è quasi indicibile, tanto da essere, persino per chi la racconta, difficile da comprensione in tutte le sue forme, e che potrebbe risultare per qualcuno perfino troppo astratta o filosofica, spero ugualmente che si possa considerare questo racconto, nella banalità di questa spiegazione, un modo di modo di riflettere, a partire da un esperienza vissuta in prima persona nella costruzione e nel modo di portare in scena il progetto visivo N.E.T.O. sull’importanza di riuscire o meno a salvare l’arte dal mondo digitale e artificiale, e difendere così, prima ancora che come artisti, la nostra umanità di persone.


L’arte del vj-ing

n.e.t.o.
N.E.T.O. New Eyes To Observe – Writing Beach by N.E.T.O. 2019

Se volessimo tradurre letteralmente il VJ dovrebbe essere abbreviazione di Visual-Jockey, che significa qualcuno che mixa i videoclip musicali, in maniera analoga a un disc jockey che mixa brani musicali, in realtà l’arte del vj-ing è qualcosa di molto diverso, e di più complesso.
Il vj-ing (secondo wikipedia) è un’ampia designazione per performance visive in tempo reale, le cui caratteristiche sono la creazione o la manipolazione di immagini in real-time attraverso la mediazione tecnologica e per un pubblico, in sincronia con la musica.
Per quanto riguarda la mia esperienza personale il vj-ing consiste in una performance visual in tempo reale che si realizza attraverso un procedimento simile a quello di un live musicale analogico o digitale che possa costruire una forma di racconto visivo in stretta relazione con il ritmo e l’andamento musicale attraverso l’improvvisazione realizzata sul palco che permette, attraverso un software e sitemi analogici di controllare in modo fisico e personale numerosi parametri di riproduzione, applicare transizioni, effetti, grafiche e mixare dai canali sorgente contenuti video che sono creati in studio a partire da riprese realizzate in prima persona e che sono il risultato di montaggi video nati dal lavoro di autore e videomaker.
Il Vj, secondo il mio parere, è un artista e non un dj che propone una serie di contenuti visual. Egli si esprime attraverso contenuti video originali, espressione di un percorso creativo che inizia molto prima, e si concretizza solo alla fine in una performance visiva, chiamata set visual, durante la quale i visual d’autore, modificati e rielaborati in tempo reale sul palco, vengono proiettati su schermi e led-wall in sinergia con le esibizioni e le sonorità musicali degli artisti.


Lore e N.E.T.O. – Berlin Mitte Visual @ Tenax -2006

L’arte del vj-ing, in altre parole, cerca di trasmettere emozioni e suggestioni nella creazione di una narrazione visiva che seguendo l’evoluzione del racconto musicale, prova ad offrire al pubblico un esperienza artistica che da filmati e montaggi video originali rielaborati in tempo reale, si esprime con una forma d’arte estemporanea che è il riflesso di un percorso d’autore.
Il Vj-ing dunque rappresenta così un importante contributo visivo che comunica attraverso un complesso linguaggio costruito a partire da riflessioni “visive” che avvicinando lo sguardo alla consolle in un esperienza multisensoriale cerca di coinvolgere il pubblico con l’arte del visual nel tentativo di trasformare lo spazio scenico e ridisegnare l’immaginario del dance-floor.
Nel corso della mia esperienza di Visual Artist ho praticato l’arte del vj-ing dal 2002 al 2020 lavorando con il progetto visivo Berlin Mitte Visual e N.E.T.O. NEW EYES TO OBSERVE a fianco di artisti italiani ed internazionali che ho avuto il privilegio di accompagnare nelle loro esibizioni musicali con innumerevoli performance visual realizzate dalla consolle e dal palco di numerosi club, discoteche, festival, e arrivando a comunicare con forme sempre nuove di linguaggi visivi ho potuto esprimere in quest’avventura una parte importante del mio percorso d’autore.


Lavorare con la musica

La ragioni che mi ha spinto a scegliere questa forma artistica di espressione è stata sicuramente la passione che ho sempre avuto per la musica. Un legame forte che mi accompagna fin dall’infanzia, e che mi ha portato ad imparare il pianoforte, ad ascoltare ogni genere musicale e che in questo caso in particolare, sull’onda della sonorità della berlin electro, come racconto nella pagina N.E.T.O. biography, già agli inizi degli anni duemila, quando ho iniziato a comporre musica elettronica mi ha portato ad avvicinarmi alla scena internazionale e conoscere l’arte del vj-ing.
Fin dall’inizio ho scelto che avrei voluto imparare a sperimentare questo linguaggio così innovativo d’arte estemporanea che si crea nel dialogo con la musica e alla quale assomiglia in alcune delle declinazioni artistiche, quando si cerca nel modo di condividerne le sfumature di colore presenti nella melodia espressa dalle note, e che, nella sensibilità all’approccio alla performance visual attrverso la modifica in tempo reale delle immagini in movimento, in qualche modo, ne ricorda l’intenzione e la sensazione che si prova quando si suona, propria di quel modo di l’esprimere emozioni e sentimenti di un arte così vicina e altrettanto complementare.

N.E.T.O. VISUAL (sx) per Fabio della Torre @ Tenax 2016

La performance visual senza la musica non si può realizzare, in pratica non esiste, e forse è proprio per questa esplicita interdipendenza che l’arte del v-ing mi ha sempre affascinato perché ha sempre bisogno di nascere insieme ad una musica.
L’arte dei visual può dare sensazioni forti e profonde proprio per quella capacità straordinaria di usare il linguaggio visivo in modo strettamente legato alle sonorità e di poterlo fare con ogni genere musicale nel costruire su ognuna, in modo sempre diverso, manifestandosi proprio con quell’aspetto di estemporaneità che gli appartiene e che fa sentire chi si trova a metterla pratica, quasi come se stesse provando un’altro modo di suonare, dove al posto delle note ci sono le immagini.
Una forma di linguaggio che mi ha permesso di sperimentare la ricomposizione di elementi visivi come se fossero, appunto delle note, con possibilità di esecuzione, composizione, interpretazione, pressoché infinite nel modo stesso di costruire la performance visual, dove, in modo altrettanto simile, è la musica stessa ad essere il motore artistico che spinge a ricostruire il racconto visivo, in un montaggio video estemporaneo, una sorta di videoclip infinito che cerca di inseguire e restituire, in ogni colore, sfumatura, passaggio musicale, un continuum tra suono ed immagine.

N.E.T.O. VISUAL – Jeff Mills @Tenax 2008

E grazie alla musica insieme a quei contenuti visual che ho portato sulla scena, alle prime versioni di quei montaggi costruiti come partiture musicali, alle forme di pre-visual, ad alcuni videoclip e cortometraggi, perfino di girati originali realizzati come videomaker, che sono riuscito, a riscrivere e rinnovare i significati racchiusi in quelle immagini, ed ispirato dalle sonorità che ascoltavo dal paco, sono riuscito ogni volta a comunicare con la scena musicale in un racconto visivo sempre diverso. E spesso proprio dalla capacità di ascoltare, anche per la prima volta, sonorità e melodie create durante il live dagli artisti o mixate nel dj-set, il susseguirsi di quell’emozione vissuta nell’estemporaneità del momento, senza limitarsi a ricercare semplici corrispondenze di ritmo e di tempo, e cercando di cogliere l’espressione musicale nel dare un’interpretazione personale che si riesce davvero dando vita alle composizioni visive più complesse in grado di esprimere e condividerne il sentimento.
Questo il senso dell’arte del vj-ing per come l’ho sempre inteso fin dall’inizio del mio percorso artistico dal 2002 fino al 2020 dove tutto nasce dall’ascolto della musica. Quando la performance ascolta e riflette un sentimento, lo trasforma in immagine, riuscendo ad interpretare le emozioni in modo estemporaneo ed autentico, per restituirlo in scena, allora si crea, insieme alla musica, la vera arte del visual.
Un arte capace di generare un simposio di sensazioni attraverso immagini improvvisate, esclusive, passate o recenti, create spesso per essere “suonate” solamente in quel preciso istante, in armonia ed in contrasto con il set e le emozioni musicali, per comunicare con le diverse forme espressive della performance visual.
Un arte dove niente si costruisce o si racconta soltanto per caso.


Un’arte estemporanea

Chi ha avuto la possibilità di osservare dal vivo una delle mie performance visual forse si sarà accorto di come praticare l’arte del vj-ing sia un lavoro che nasce e si costruisce a partire dall’improvvisazione, e come questa pratica sia un attività che richiede di avere la massima concentrazione nell’impegnarsi a trovare forme di tenace manualità per seguire in ogni istante l’andamento e il senso della musica. Per particare l’arte del vj-ing in modo autentico e perché una performance visual sia degna di tale nome, ci vuole una presenza costante nella consolle video e una grande attenzione al lavoro di costruzione della narrazione visiva con la musica, e non serve soltanto mandare qualche video in sequenza a cui applicare gli effetti, occorre sviluppare un lavoro di sinergia con la musica degli artisti in scena per ricrearne quell’unicità di dialogo che possa inseguire ogni sfumatura delle sonorità.
La performance visual è infatti un unicum che si realizza in maniera estemporanea, improvvisato sulla musica, che cambia in ogni momento, nel ritmo, nell’intenzione e nella melodia, dove accompagnare le sonorità significa costruire l’atmosfera più consona per riadattare ciascuna sequenza video al suono e alle esigenze sceniche e modificando in tempo reale contenuti e strutture visive non sempre prefissate anche mediante l’improvvisazione, mantenere il senso di una continuità narrativa.

Per seguire il ritmo della musica durante le performance visual certamente si potrebbero usare alcune tra le modalità di sincronizzazione automatica che sono presenti nel software, che seguono linee parametriche ed automatismi che per quanto innovativi o sofisticati possono risultare inutili e noiosi, o essere perfino imprevedibili fino a diventare controproducenti, per questo motivo, e per ragioni simili anche nel campo della fotografia, come molti altri professionisti, il più delle volte, scelgo di non utilizzare le funzioni automatiche che le nuove tecnologie mettono a disposizione, e in oltre vent’anni di lavoro, anche durante i set-visual, ho sempre preferito lavorare con una modalità d’approccio manuale.
Una scelta prima ancora che tecnica principalmente artistica che mi ha sempre aiutato fin dall’inizio a disporre, in ogni circostanza, della massima libertà creativa nel riuscire a seguire, in modo più diretto la musica, e tramite l’improvvisazione mi ha portato, senza avvalermi o affidarmi a questi automatismi della tecnologia ad rispondere con immediatezza ai repentini cambiamenti che avvengono in un set musicale di musica elettronica.

N.E.T.O. e LORE – Berlin Mitte Visual @ Tenax – 2006

Nelle diverse fasi dell’attività artistica di vj in cui mi sono trovato ad usare ogni tipo di forma di interfaccia, analogica o digitale per gestire i miei contenuti video, ho sempre preferito avere il controllo diretto dei parametri delle clip, per non delegare al digitale quella forma di espressività personale e manuale che volevo comunicare attraverso la performance visual. E anche quando ho scelto di rifiutare il supporto del digitale in modo che poteva sembrare quasi anacronistico, l’ho fatto sempre per non perdere quel contatto fisico e manuale nell’esprimere la creatività perché ho sempre ritenuto che fosse necessario cercare di dare alla performance visual un carattere d’umanità.
Un’esigenza nel predilige l’improvvisazione manuale anche all’uso del digitale che sarebbe divenuta col tempo una scelta imprescindibile nel modo di portare in scena la performance visual. L’obbiettivo primario del progetto N.ET.O. è quello di cercare di restituire nella performance visual ogni variazione di tono, movimento, struttura, intenzione e diversa sfumature di colore presente nell’espressione delle musica considerando la creazione del visual quasi come forma di composizione musicale.
Comunicare attraverso l’arte del vj-ing significa lavorare in sintonia con la musica ed è per questo che con la performance visual del progetto N.E.T.O., ho sempre cercato di comunicare con un approccio fisico alla performance per trasmettere un sentimento che nasce dall’emotività e riflette un proprio modo di sentire nel dialogo con la musica e si traduce nel costruire opere d’arte visual che non siano espressione di strumenti digitali ma di una creatività personale e originale.


Le prime performance visual

DVD – Promo Visual N.E.T.O. – 2004

Quando alla fine del 2002 ho iniziato a realizzare i primi Vj-set, ancora prima di usare le piattaforme di controllo video del software che avrebbero permesso di lavorare in real-time sui contenuti, ho sperimentato l’arte del visual in analogico.
In quella prima fase della mia attività artistica di visual artist, i contenuti che avevo creato con il montaggio digitale, erano proiettati sugli schermi da videoproiettori e riprodotti da videoregistratori e lettori ottici per mantenere la massima qualità consentita da supporti come SuperVideoCD, da nastri magnetici Super-VHS.
A ripensare oggi a queste tipologie di strumenti, che oggi sembrano primordiali, sembra quasi impensabile che si potessero usare questi mezzi per realizzare un vj-set, tuttavia non dobbiamo cascare nell’errore di pensare che in quel modo non si potessero realizzare performance visual in modo altrettanto professionale a quello che possiamo fare oggi con gli strumenti di ultima generazione.
Per questo non c’è da stupirsi nell’ascoltare che in quella fase di transizione anche la pratica dell’arte del vj-ing si poteva gestire in maniera professionale anche con una strumentazione che in parte era gestita con sistemi video analogici.


Il controllo manuale

Anche con strumenti analogici, come lettori dvd, videoregistratori e telecomandi evoluti con controlli jog-shuttle che era possibile garantire un controllo professionale nella riproduzione dei contenuti.
Le principali funzioni a cui siamo abituati e che troviamo nei nostri player digitali del computer come il play / pausa / reverse / slow- motion finanche la scelta delle differenti velocità di riproduzione erano modalità presenti in molti degli strumenti anche non professionali ed esistevano già negli anni ’90 e forse anche prima.

Un sistema forse più rudimentale di quello che si poteva ottenere con i software di gestione in tempo reale, tuttavia, per chi era dotato di molta creatività, fantasia e senso della manualità, questo consentiva di avere durante la performance visual e la possibilità di mantenere un controllo nella riproduzione dei contenuti e con mixer video analogico di applicare effetti e transizioni in modo altrettanto efficace. Infine grazie ad una meticolosa attenzione nella costruzione delle anteprime dei menu, con capitoli, copertine, e classificazioni preparate nei dvd, si potevano gestire i contenuti come si fa oggi con le “cartelle” dei computer, e avere ben visibile sui monitor catodici che ancora ci portavamo dietro come uscita persino quella preview dei contenuti fondamentale anche nella performance analogica.


lavorare con l’improvvisazione

In modalità per così dire di controllo manuale si poteva inoltre, utilizzando un mixer video con alcune delle modifiche digitali dell’immagine che si trovano nel software come transizioni a tendina, dissolvenze incrociate, semplici chiavi cromatiche alcuni degli effetti più comuni come il bianco nero, il negativo, la strobo e mosaico, gestendo con fader, joystic ed effetti di sovraimpressione di testi, i normali comandi di una regia per mandare dai diversi canali i segnali delle differenti sorgenti video, di telecamere, lettori dvd, videoregistratori, riuscivo così a gestire i contenuti in tempo reale, in modo del tutto simile a quello che poco dopo sarei riuscito a fare con il software per il controllo della performance visual.
E anche se questa soluzione comportava naturalmente alcune ovvie limitazioni per la mancanza elaborazioni sofisticate di effetti in tempo reale che presto sarebbero diventate la vera rivoluzioni nell’arte visiva portata dal software digitale, in quella fase di transizione era comunque possibile sopperire a questa mancanza, e anche in quella condizione, forse più “artigianale”, che mi ha portato a dedicare maggiore attenzione alla preparazione dei contenuti in fase di montaggio che è stato possibile creare qualcosa di unico e forse ancor più originale.


Consolle video anologiche-digitali

Nella foto che mi ritrae concentrato alla consolle multimediale ad Elettrowave 2004 si possono vedere, in quell’ibrido tra analogico e digitale, tutti gli strumenti che ci consentivano interagire, modificare e controllare, in ogni molteplice forma espressiva, i nostri contenuti visual, con effetti ed elaborazioni
Nel dettaglio si possono notare, per la parte digitale, due computer portatili con i quali tramite interfacce midi, in particolare da un controller multicanale e soprattutto con una tastiera musicale (sx), che descritto nei paragrafi successivi , usavo per controllare i visual in tempo reale, per l aparte analogica invece un mixer analogico (al centro) da cui mixare il segnale video proveniente dai computer, e da lettori dvd (sx), videoregistratore e telecamera (a dx), e un monitor per la preview. A nascondere la tastiera musicale davanti al monitor subito sopra qulla piccola macchia nera è un raccoglitore che conteneva i video-cd del che ho ribattezzato “il perfetto set-visuale” del BMG Berlin Mitte Visual, che ho descritto nei paragrafi seguenti.

Flyer – Elettrowave – Arezzo Wave 2004

A molti anni di distanza, da quella fase di sviluppo della mia attività di visual arist, mi sento di poter affermare, con certo sentimento di orgoglio e sempre con umiltà che siamo stati tra i primi in Italia ad aver sperimentato le molteplici potenzialità del visual già con il primo progetto visual portato in scena nel 2004 col Berlin Mitte Visual in quel set, che era ancora un ibrido tra l’analogico e il digitale, dove con il Berlin Mitte Group insieme a T-REX abbiamo partecipato all’Elettrowave, edizione by night di Arezzo Wave, festival di musica elettronica internazionale, tra i più noti ed importanti d’Italia, con il quale abbiamo avuto il privilegio di accompagnare, in una perfromance visual indimenticabile, le sonorità della musica berlin electro proposta dal dj-set di Ellen Allien, dj e producer tedesca fondatrice della nota etichetta discografica B-Pitch Control, agli inizi della sua carriera che l’avrebbe consacrata come artista di fama internazionale, espressione ed emblema di un genere musicale che si è presto diffuso in tutta Europa.
E così da quella super consolle video multimediale, vedi foto in qui pubblicata, abbiamo potuto creare per il pubblico presente in quell’evento una tra le più importanti performance visual create per un evento di rilievo internazionale, dando vita ad un racconto visivo ispirato a quella scena elettronica berlinese, altrettanto innovativa e all’avanguardia che niente aveva da invidiare a quella d’oltralpe.


Un’arte che nasce dalla sensibilità

Arturo sleeping near to me front of Berlin Mitte Group ‘s wood light. 2003

Usare il supporto analogico per la performance visual è stata un esperienza essenziale nello sviluppo del percorso artistico come visual artist perché in quella fase di sperimentazione dell’arte del vj-ng mi ha insegnato a sviluppare l’ingegno e la capacità d’immaginazione per esprimere la mia creatività in particolare nel, costruire i primi montaggi, con un sistema di partitura musicale che potesse trasmettere anche con un parziale controllo dei contenuti la stessa dinamicità di espressività dei visual che usavo durante le performance visual.
Una esperienza mi ha fatto capire il valore dell’improvvisazione e l’importanza di quell’approccio fisico alla consolle video, anche nell’arte del visual, attraverso il quale ho potuto rivalutare l’idea dell’espressività manuale come valore partendo dal presupposto che affidarsi alle tecnologia digitali non sia sempre il modo migliore per esprimere la propria sensibilità artistica tout-court.

A conclusione di questo lungo excursus sulla performance analogica posso dire anche partire da un esperienza vissuta in prima persona che l’arte è qualcosa che nasce dall’anima di una persona e si può esprimere con la stessa forza e determinazione in ogni epoca storica, per quanto artigianali, digitali, o artificiali siano i mezzi della tecnologia che si hanno a disposizione, resta sempre e indissolubilmente legata al significato che riusciamo ad esprimere con il valore di un’opera che nasce dal sentimento, dal pensiero e dalla vita reale di una persona



Il pre-visual e il montaggio in partiture musicali

Nelle prime performance visual, quando molti dei contenuti che mandavo scena giravano ancora da quei supporti fisici, ed erano “costretti” a rimanere non modificabili, il processo creativo avveniva per lo più in fase unica di montaggio video, proprio per permettere a quei visual di possedere al loro interno, una naturale dinamicità di movimento una volta che fossero stati mandati da quel supporto, per così dire statico. In quella prima fase di creazione dei contenuti, trovandomi dunque di fronte alla necessità di dover controllare i contenuti video senza un computer, tramite controlli manuali di lettori dvd, videoregistratori e mixer analogico, e che i sitemi di riproduzione, di missaggio e di applicazioni degli effetti in analogico non avrebbe permesso ancora l’elaborazione in tempo reale arrivata col software, mi sono dovuto inventare una forma del tutto nuova di montare che fosse in grado di riuscire ad imprimere così, nell’editing degli stacchi video, un’andamento regolare che permettesse a ciascuno di quei visual di seguire più a tempo possibile le sonorità elettroniche che dovevano accompagnare.
Una necessità pratica, che mi ha spinto a realizzare il montaggio video come una sorta di partitura musicale, nel quale dividendo il movimento in tempi e applicando una struttura agli stacchi in modo ritmico e musicale, con un andamento a volte in modo più cadenzato altre quasi frammentato, ho cercato di inventare un linguaggio visivo che è finito per diventare senza poterlo immaginare, il leit-motiv di uno stile narrativo che avrei continuato ad usare nelle performance visual in tempo reale.
L’obbiettivo di questo nuovo modo di riscrivere la grammatica del montaggio, che stravolgeva la semantica di quello più tradizionale, era proprio quello di riuscire ad imprimere nel visual una certa musicalità in modo tale che potesse combaciare il più possibile con ogni eventuale sonorità avesse dovuto accompagnare, e dato che nasceva proprio in funzione di quel successivo utilizzo in scena dove non era possibile gestire in tempo reale il cosiddetto looping, il montaggio doveva essere perciò costruito cercando di seguire in tempi di 4/4 o 3/4 le battute e movimenti con cui la maggior parte delle tracce di quel genere musicale erano solitamente prodotte. Questa tecnica di montaggio dava così la possibilità che un visual, una volta scelto l’attacco giusto su cui farlo partire, potesse ritrovare l’andatura e mantenere un certo grado di sincronismo musicale, che pur risultando imperfetto, sarebbe stato sempre, in teoria, capace di riadattarsi alla regolarità e al ritmo nello scorrere del tempo, e una volta mandato in scena poteva restituire sugli schermi quell’effetto di armonia visiva e contemporaneità con la musica, che era il principale motivo per cui era stato creata quella forma particolare di montaggio video.
In altre parole, si potrebbe dire che questo nuovo modo di montare che era partito da un aspetto pratico e tecnico, si è rivelato perfino un concetto quasi filosofico, che potrei sintetizzare dicendo che: se in un montaggio video si aumentano il numero di parti in cui si divide il movimento di un azione in tempi regolari, è probabile che aumenteranno anche le probabilità che quelle singole azioni, una volta trasmesse nelle immagini dei visual su di una musica regolare, possano essere percepite a tempo per le capacità innata della mente e dell’occhio umano di trovare una corrispondenza di relazione tra il suono e l’immagine, lo spazio e il tempo, la musica e il movimento.

Ricostruire danze incompiute

Un modo di riscrivere la grammatica del montaggio dove nelle partiture del linguaggio si leggono i singoli movimenti dei ballerini, interrotti da ogni stacco video in quel naturale fluire dell’azione, ricostruiti in una sequenza ritmica che ne ripete il gesto e che, nel tentativo di separare ogni sua parte, prova a ricreare, nelle forme e nei tempi della musica, il senso compiuto di una danza ormai finita.


Visual che continuano a ballare

Break-Dance 01 – Edited original movie by N.E.T.O. (2002)
Filmed by Orlando Caponetto (Paris 1991)
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Il visual Break Dance, che ho utilizzato nelle performance visual realizzate come Berlin Mitte Visual e N.E.T.O. nascono da alcune riprese che ho girato nel 1991 per le strade di Parigi quando ancora ero un ragazzo e avevo iniziavo a sperimentare l’arte del videomaker.
In quell’occasione mentre camminavamo per le strade della capitale francese mi sono imbattuto in quei fantastici ballerini di break-dance mentre ballavano davanti al pubblico numeroso e affascinato dai loro passi mi sono fermato ad ammirarli filmando con la telecamera.
In quel momento certo non avrei mai potuto immaginare che quei ballerini, un giorno sarebbero stati i protagonisti di uno dei montaggi visual divenuto tra i più importanti delle mie prime performance visual e che sarei riuscito, a loro insaputa, a continuare a farli ballare ancora, grazie a quel linguaggio unico e straordinario che è l’arte del visual, fino al palco di numerosi clubs e festival.
Una dimostrazione di come le arti possano dialogare tra loro, e spesso neppure che ce ne accorgiamo davvero, possono dare vita a qualcosa di unico ed imprevedibile. E in quel caso, è nato così, dall’incontro tra la passione per il videomaking, per il visual, per la musica e la danza, e grazie al talento di quei protagonisti di danze incompiute che è nato un montaggio che per me ha sempre avuto un grande significato, perché ha dimostrato la forza e la capacità di questo dialogo artistico, permettendo a distanza di molti anni, di conservare e di trasmettere, in quei pochi minuti in cui hanno ballato, quel particolare significato.


A tempo
senza sincronizzazione

Break-Dance 02 – Edited original movie by N.E.T.O. (2002)
Filmed by Orlando Caponetto (Paris 1991)
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

I visual break-dance che qui sono pubblicati in forma di estratto non sono parte di alcuna perfomance visual né sincronizzati alla musica, ma si presentano così come li ho creati nella prima ed unica sessione di editing video sperando possano mostrare in modo più semplice il senso di quel linguaggio visivo che ho cercato di descrivere nei paragrafi sopra come esempio di montaggio in partiture musicali.
I filmati che sono estrapolati da un dvd promo del 2004, dove insieme ad altri visual erano soltanto mandati in sequenza, abbinati alla musica dal cd mixato Neubau di Fabio della Torre, pertanto non c’è stato da quel momento nessuna modifica salvo l’inserimento della filigrana N.E.T.O.
Ho scelto ad esempio proprio quel dvd dove i visual sono abbinati ad una musica di sottofondo in una casualità d’incontro per dimostrare come grazie a quella forma di montaggio che segue nella struttura e nella grammatica un ritmo cadenzato negli stacchi video e contiene in sé una propria musicalità, i passi dei ballerini, possano riuscire chiaramente, anche in modo imperfetto, a mantenere il tempo e ad essere in armonia visiva con quelle sonorità, senza per questo aver bisogno di nessun intervento o modifica in tempo reale.
Questo il senso del lavoro preparatorio che sta dietro a quei visual e che ha permesso a quei contenuti di avere la capacità di “funzionare” anche dal supporto analogico dove non c’era ancora la possibilità di controllare la riproduzione in tempo reale, ed è forse il motivo per cui sono diventati uno dei capisaldi delle performance Berlin Mitte Visual e N.E.T.O. e proprio perché, una volta che ogni volta, che ho mandato in scena quei montaggi, quei visual, quei ballerini riescono, sempre, o quasi, su ogni tipo di musica, a ballare a tempo e in modi inaspettati.


Contenuti liberi da forme vincolate

Berlin Mitte Visual @Tenax

Quando ho trovato il montaggio originale Breack Dance con la musica mixata da Fabio della Torre come sottofondo, dato che quel promo era un stato creato proprio in quello stesso periodo, diciamo storico, e sapevo che non c’era alcuna traccia visiva di quando lo avevo usato durante uno degli innumerevoli eventi, se non l’unica foto qui accanto, per questo senza cercare di riformularlo né tantomeno di simulare una performance visual fuori dal contesto a molti anni di distanza perché avrebbe perso di significato, e considerato che tutto sommato riesce lo stesso a spiegare il senso e il valore di quella forma di montaggio, ho deciso che era il momento di pubblicarlo anche se diciamo non è proprio come lo avrei potuto mandare in scena, ma l’arte del vj-ing è un processo creativo che si realizza sul palco, e non si può ripetere altrimenti si trasforma in qualcosa di diverso, e dal vivo come nella musica, tutto finisce con il disco chiusura.
E anche se questa volta, non ho rispettato la regola che vorrebbe che nessun contenuto fosse mai imprigionato in forma vincolata che non nasce nel dialogo estemporaneo con la musica suonata sul palco, per lasciare che si possa sempre esprimere con un nuovo significato, dato che in questo caso nel cd-mixato da Fabio ha incontrato con molta probabilità una delle tracce sulle quali quei ballerini hanno già “ballato”, nel far questa eccezione spero di offrire un assaggio di uno di quei momenti, e di raccontare quella forma di linguaggio che forse in molti ricorderanno se hanno avuto la possibilità di vederla, ma che ho il piacere di condividere per la prima volta per dimostrare come nasce e cosa sta dietro al lavoro di un visual d’autore.


Soffermare lo sguardo

Hip Hop Connection 3 – Edited original movie by N.E.T.O. 2004 filmed by Orlando Caponetto
(This is NOT a visual performance synchronized)

E se lil montaggio in partiture musicali era una forma di procedere, nata sulla spinta di un’esigenza pratica nella gestione dei contenuti e serviva a poter seguire il ritmo musicale anche nella limitata possibilità di controllo della riproduzione consentito nella performance analogica, questo tipo di montaggio aveva in sé anche una seconda, e non meno importante, finalità, quella di riuscire a soffermare lo sguardo sul movimento, e anche quando fosse rimato inespresso in una danza incompiuta, restituirne il senso di un significato anche più complesso. In realtà ho continuato ad usare la tecnica di montaggio in partiture musicali anche negli anni successivi quando con il software digitale ormai avevo quel tanto atteso pieno controllo di riproduzione ed elaborazione estemporanea nella gestione della performance visual. Facendo tesoro di quella prima esperienza infatti, nel proseguire della mia attività di visual artist, ho cercato ancora di trovare in particolare immagini che potessero soffermare l’attenzione sul movimento ed è stato naturale che continuassi a concentrarmi su coloro che più di altri hanno le capacità di esprimere quella padronanza nel compiere i movimenti e altri non potevano essere che i danzatori e le danzatrici. Forse è anche questo uno dei motivi che qualche anno più tardi mi ha portato a lavorare e collaborare artisticamente come videomaker e fotografo per i professionisti della danza classica e contemporanea ma questo ancora non lo sapevo e neanche lo potevo immaginare.
E così seguendo quella spinta nello sviluppo di nuovi visual mi sono ritrovato a filmare passi di danza classica e hip-hop proprio per realizzare nuovi montaggi e continuando a mantenere questa forma di linguaggio, per continuare a raccontare con l’arte del visual un modo di soffermare lo sguardo sul movimento del corpo.

Break-Dance 2. Filmed by Orlando Caponetto (1996). Original editing by N.E.T.O. in 2002
Original video montage without audio sync simply paired with track Deck the House by Akufen
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Con il passare del tempo quel modo di montare il video per l’arte visual che avevo ideato e sperimentato dal 2002 per le prime performance analogiche così che la clip in riproduzione da un supporto dvd potesse risultare autosufficiente nel seguire la musica ed accompagnarenel movimento e nel ritmo il senso di una danza, di un gesto, di un azione, non sarebbe stata più necessaria quando l’avvento del primo software per la performance visual disponeva di un controllo della riproduzione che avveniva in tempo reale e in pratica non c’era più bisogno.
In teoria lo stesso effetto, se vogliamo chiamarlo così, si può realizzare utilizzando il girato originale di una scena continua e senza montaggio, per poi “loopare” singoli tratti di un azione mettendoli in sequenza, in questo modo, si può tentare di generare qualcosa di simile ma per quanto si possano usare le mille opzioni dei sitemi digitali di controllo, che danno l’idea di poter gestire allo stesso modo il flusso di un azione, non si può ottenere lo stesso risultato che si crea in sala di montaggio perché così cambia l’approccio nella costruzione di un racconto che imprigionato in quell’unica sequenza pur risultando immodificabile rappresenta qualcosa di unico, originale ed autoriale. In fondo è la differenza che esiste tra l’arte estemporanea del visual che destruttura e ricostruisce scene reali, e quello che si considera il racconto che si esprime in modo con il montaggio in stile cinematografico tradizionale. In definitiva quella soluzione iniziale che avevo adottato era per me un ibrido sperimentale tra queste due forme di linguaggio.
E forse solo oggi mi accorgo come quel tipo di montaggio, è stato un tratto distintivo di quella fase artistica di sperimentazione nel lavoro di visual artist e che avevo che avevo per così dire, inventato, e costruito in modo istintivo seguendo un esigenza pratica mentre ero in sala di montaggio, come forma per alterare il tempo e che aveva una propria originalità che era frutto di una interpretazione soggettiva di scelta nella suddivisione temporale del movimento (vedi video del montaggio originale qui abbinato in modo casuale ad una traccia di Akufen) attraverso la quale avevo attribuito a quei montaggi un intensità espressiva molto personale e che ancora oggi sarebbe difficile da raggiungere anche con i software per il controllo della performance in tempo reale d’ultima generazione.
Ancora oggi considero infatti questa forma di linguaggio, costruito su partiture musicali uno tra i modi più originali nel modo in cui ho scelto di esprimere la mia visione dell’arte dei visual.
Un linguaggio che mi ha aiutato molto nello sviluppo di quella ricerca visiva che ho portato nel progetto N.E.T.O. come nuovo modo di osservare, con la volontà di esprimere l’importanza e il significato che sta proprio nella semplicità, del gesto e del movimento, propria della vita di ogni essere umano, e spesso nascosto ad un’occhio distratto dal mondo, cuore del progetto visual N.E.T.O. NEW EYES TO OBSERVE e motore delle idee e del lavoro con il quale ho cercato di comunicare.
(leggi “da riprese personali a visual autoriali “)


La performance in tempo reale


N.E.T.O NEW EYES TO OBSERVE
Official Photo as Visual Artist guest @ Elettrowave 2005 Main Room
(photo by orlando caponetto – Hermes Sculpture @ Palazzo Capponi – Florence

Ho iniziato ad usare il computer a metà degli anni ’90 sperimentando il montaggio video in analogico, nei 2001 sono passato all’editing video digitale, e solo nel 2003, dopo una fase in analogico finalmente ho potuto utilizzare il software di vj-ing e realizzare la performance visual gestita in tempo reale. Per farlo serviva il computer portatile, ancora costoso, e che non non mi potevo permettere, ma tale era la voglia di iniziare ad usare quel programma che ho fatto i tutto per averlo. Così ho trovato il modo di prendere quello di mia nonna Anna Maria, sempre al passo con i tempi che me lo ha prestato volentieri per sperimentare quel software digitale.
Ed è così che dopo aver utilizzato per qualche anno un sistema analogico ho portato in scena il primo progetto visivo digitale per le performance visual.
All’inizio di quel passaggio all’elaborazione dei contenuti in tempo reale avevo in realtà ancora un po’ di diffidenza nel dovermi affidare totalmente ad una forma di tecnologia unicamente digitale per gestire il processo creativo della performance e dato che mi ero accorto dei limiti del software che era ancora in fase di sviluppo non volevo che questo limitasse quella capacità espressiva costruita fino ad allora su un’approccio fisico e manuale di controllo della performance. Per questo prima di passare completamente a quella nuova modalità di forma espressiva c’erano ancora un po’ di cose da chiarire e da sistemare che cercherò qui brevemente di illustrare nei paragrafi seguenti.


L’espressione della creatività artigianale

Se da un lato infatti, l’uso del computer avrebbe permesso di incrementare notevolmente le capacità creative del linguaggio visivo con l’introduzione dei primi software interamente dedicati all’arte del vj-ing che hanno consentito di dare sempre maggiore possibilità di interagire nel corso delle performance visual e di raggiungere quel sincronismo perfetto tra immagini e musica che tanto avevo ricercato fin dall’inizio del percorso la prima cosa che volevo evitare era di perdere il valore di quel modo artigianale di creare imparata dall’esperienza con l’analogico.
Lavorare in analogico, se pur con le sue difficoltà e i limiti che ho descritto sopra, mi aveva insegnato molto ed anche per questo, in quel passaggio al digitale, non volevo perdere quel principio di fantasia, creatività e d’ispirazione che si sviluppa quando ci si ritrova a creare, in mancanza di qualcosa, una circostanza che mantiene vivo e costante quel lavoro fisico e manuale, ed in particolare intellettivo della mente, che spinge a trovare soluzioni, idee e nuovi modi per applicarle, in modo del tutto unico originale e personale e che, se avessi affidato o delegato ad un sistema digitale o artificiale forse avrei perso lungo la strada.
Il progetto visual creato per le prime performance analogiche era nato in primis dalle mia capacità espressive e aveva sempre cercato di trasmettere un linguaggio che aveva in sé quel calore che solo l’espressione della creatività umana riesce a comunicare e che è una prerogativa della persona e mai di un sistema digitale, ed era ciò a cui non avrei voluto in nessun caso dover rinunciare.

Una sensazione di contatto con la realtà percepita in particolare da chi per primo esercita sul palco l’arte del vj-ing e che allo stesso tempo si trasmette nel dialogo con il pubblico, o almeno così è stato prima che il computer creasse, in quella sorta di barriera, un’inutile aurea di mistero, generando falsi miti e incomprensione, soprattutto per le difficoltà nel capire quando, dietro a quello schermo, un sedicente artista stesse creando qualcosa, in modo autentico, o stesse solo fingendo di farlo, e fino a quando, osservando una performance visual, si riusciva ancora a cogliere il senso di una manualità sul palco, era più facile coinvolgere il pubblico che non aveva bisogno d’interpretare la prossemica ma semplicemente partecipare al lavoro creativo riflesso dai gesti e dai movimenti dell’essere umano.
Una comprensione della scena e una consapevolezza che era ben impressa nella mente e negli occhi degli spettatori, presente anche nella capacità di osservazione e dalla leggibilità storica e culturale dei contenuti, che in quella fase di transizione, anche dal sottoscritto, erano composti ancora utilizzando un linguaggio visivo che nel riflesso incondizionato di un recente passato, conteneva elementi fotografici, cinematografici provenienti dalla videoarte e che appartenevano alla cultura pop, dance, underground, acid house, rap, dei videoclip degli anni ’80 e ’90, in cui sono cresciuto, e che nei primi anni del millennio era ancora presente nell’immaginario collettivo della discoteca, e che purtroppo si è lentamente perso nelle successive generazioni di un mondo sempre più distratto, invaso da contenuti che ha in parte smarrito quel rispetto nell’espressione dell’arte dell’immagine, e che era un valore aggiunto di quell’epoca nella quale ho iniziato.


I limiti del software in tempo reale

E se l’arrivo del software per il controllo in tempo reale della performance visual ha rivoluzionato l’arte del vj-ing con l’introduzione di uno strumento innovativo e fino a quel momento impensabile e ha portato con sé l’entusiasmo di sperimentare nuove forme e possibilità creative che hanno certamente contribuito a migliorare il modo stesso di lavorare sul palco, dobbiamo tuttavia ricordare che quella nuova tecnologia digitale, ancora in fase di sviluppo, obbligava ad affrontare anche alcune difficoltà nella gestione dei contenuti tutt’altro che da sottovalutare.
In particolare, l’uso dei software causa quelle che potremmo chiamare “scomodità” nel riuscire a lavorare in modo professionale e affrontare alcune criticità che solo con molta esperienza e capacità di controllo manuale, l’uso di interfacce midi adatte si riescono, solo in parte, a superare completamente. Ad esempio usare il mouse per controllare le diverse modalità di riproduzione o applicare effetti con cursori infinitesimali che, nel buio di una discoteca, non sono certo le soluzione più comode e affidabili per gestire contenuti; lavorare su applicazioni con finestre ridotte magari anche impossibili da modificare, obbligando ad inutili sforzi di concentrazione e distraendo l’attenzione altrove da dove è più necessaria, sulla preview o sull’uscita dei visual in scena che insieme all’ascolto sulla musica deve sempre essere costante, non dovrebbe essere distratta da queste tra le limitazioni più ovvie che posso citare.
A chi non ha avuto esperienza nella prova sul palco, questi precisazioni che valevano in quella prima fase di sperimentazione ma valgono anche per gli ultimi anni in cui ho potuto lavorare fino al 2020 e con strumenti di ultima generazione, possono sembrare dettagli senza importanza, perfino superflui, e invece posso testimoniare, fanno una grande differenza.
In eventi di lunga durata davanti al pubblico di migliaia di persone, realizzare una performance visual significa pensare, e spesso molte cose contemporaneamente, per gestire in anticipo e in modo professionale immagini che si proiettano su grande scala e che hanno un differente grado di proporzioni nei movimenti che si fanno sul computer e che si riflettono sui maxi schermi è fondamentale che i controlli siano accessibili in modo funzionale, così da lasciare spazio e tempo alla mente per immaginar nuovi modi di creare e costruire, in un attività complessa fatta di inventiva e creatività estemporanea per creare sulla musica, una vera ed autentica narrazione visiva, che si mette in pratica anche nella cura dei dettagli grazie ai quali si può fare la differenza tra lavorare in modo normale o professionale e riuscire a proporre in scena qualcosa che sia davvero unico ed originale.


Un set analogico
per l’output finale

Un altro modo di rispettare il proprio lavoro professionale è anche saper scegliere tra analogico e digitale nel mantenere la qualità dei contenuti nell’output finale.
Una dimostrazione di come l’analogico possa in alcuni casi essere da preferire al digitale e che fa capire, come nella musica, dove molti dj continuano a suonare il disco il vinile per ricercare la purezza del suono, così anche nell’arte del visual la qualità di un segnale video non è soltanto una scelta personale ma il modo per rispettare l’arte con cui si cerca di comunicare.
In quel primo periodo di sviluppo dei software per i visual in tempo reale quando ancora il segnale video d’uscita di segnale non era di qualità tale da garantire la massima risoluzione nell’output finale, per un certo periodo, ho scelto di usare il supporto ottico dei video cd per mandare i contenuti che creavo per i visual. Nell’utilizzare quei computer portatili di inizio millennio con scarsa potenza dei processori e delle schede video che avevo a disposizione per gestire i flussi video in tempo reale era facile incorrere nel rischio di un crash di sistema, per questo, era d’obbligo usare alte compressioni e basse risoluzioni di 320×240 pixel, numeri che oggi farebbero impallidire abituati ormai ad avere il 4K sul nostro smartphone. Una definizione che era quindi ancora inferiore a quella invece consentita dal video cd che, con una certa dignità, riusciva a supportare fino ai 720x576pixel, praticamente la stessa del formato DV delle videocamere che avevo all’epoca e con cui realizzavo i montaggi dei primi visual.
Una scelta in controtendenza motivata dalla necessità di mandare alla massima risoluzione possibile quei contenuti che nascevano da riprese filmate e montate in modo professionale che certamente mi ha portato per un periodo a rinunciare ad avere il pieno controllo dei contenuti video e di effetti in tempo reale ma anche a non cedere con inutile fretta verso un affannosa corsa verso il software digitale. Una fase di transizione tra l’analogico e il digitale motivata dalla necessità di mantenere la qualità di contenuti faticosamente creati ed espressione di un lavoro d’autore che mi ha permesso di continuare a sviluppare ancor quella manualità nel controllo della performance usare supporti analogici come videoregistratore e lettore dvd rivelandosi un esperienza importante il cui insegnamento mi sarei portato dietro nel corso della la mia attività artistica di visual artist.

E così i visual, imprigionati in quei supporti analogici, contenuti in custodie e raccoglitori, erano come gli ultimi vinili usciti di un dj che si appresta a suonare come elementi essenziali per esprimersi in un’arte così simile e complementare, preziosamente conservati per essere subito pronti al mixaggio e da scegliere, di volta in volta, come hit da usare nel perfetto set-visuale (foto).
Videocd che ancora oggi funzionano alla perfezione e che girando da un normale lettore in quei primi eventi del Berlin Mitte Visual, mi hanno permesso di mostrare contenuti realizzati come autore e con forme originali di montaggio video, e che continuo a conservare con cura perché mi hanno insegnato un’importante lezione: che la capacità per riuscire a comunicare con la performance artistica visual non dipende dalle tecnologie che abbiamo a disposizione, ma da cosa siamo in grado di creare ed esprimere in modo originale e personale.


Una tastiera “musicale
per la performance visual

Se infatti nella prima fase della mia attività artistica come Visual Artist, avevo imparato a sviluppare una certa padronanza nel gestire il set video analogico ed ero abituato all’immediatezza di strumenti, che mantenevano un approccio diretto e funzionale alla performance, tuttavia, come ho descritto nel paragrafo sopra, c’erano ancora alcune criticità che non riuscivano a soddisfare pienamente quell’esigenza di manualità nell’uso del software per il controllo in tempo reale.
Per non rinunciare a quell’esigenza su cui era costruito il mio progetto visivo nelle prima fase di quella esperienza in analogico e cercando di assecondare quel bisogno d’interazione, ho provato quindi ad usare i tasti del computer per controllare i comandi del software, un sistema tutt’altro che facile da praticare e nel quale non ero riuscito a ritrovare ancora quella sensazione nella gestione della performance finché non ho scoperto che sul quel software si poteva usare l’interfaccia midi.
E così ho realizzato che avevo già un controller con interfaccia midi, ed era proprio la mia tastiera musicale.

Berlin Mitte Gorup – Home Workstation
Visual Time Lapse by N.E.T.O. 2004

Al ritorno da una serie di viaggi tra Barcellona, Berlino ed Ibiza che, come racconto nella N.E.T.O. Biography , mi hanno fatto avvicinare alle arti digitali, avevo infatti acquistato una tastiera musicale per suonare melodie e accompagnamenti di alcune tracce di musica techno eletronica minimale firmate come NETO avevo raccolto nel 2002 in un cd intitolato Find Your Own Groove e rimasto inedito.
E così, una sera, quando ho realizzato, in un lampo d’improvvisa illuminazione che quella tastiera poteva diventare il controllo che cercavo ho pensato, che quella era la mia scoperta del secolo ; )
L’idea di usare uno strumento creato per suonare per controllare la performance visual in tempo reale mi incuriosiva ed è così che dopo averla provata, è nato un vero e proprio amore per quella seconda vita di quel pianoforte digitale Roland che fino ad allora avevo usato soltanto per suonare. Un controller unico e originale per il set-visual che grazie all’abbinamento con il software mi avrebbe permesso di controllare alcune tra le principali funzionalità del software con uno strumento che per chi come me possedeva una dimestichezza con il pianoforte, nessuno altro controller mi avrebbe potuto dare.
Una tastiera che era la soluzione perfetta per ritrovare quell’approccio diretto nel comunicare con l’arte del visual, ed esprimere la fantasia in un modo che non avrei mai potuto immaginare, con una sorprendente capacità di comunicare in modo davvero “musicale” attraverso una nuova forma di controllo veramente unico ed innovativo, che mi ha dato la possibilità di costruire forme estemporanee di linguaggio visivo che non avrei potuto più dimenticare.


L’uso in scena di quella tastiera musicale per la performance visual è stato, infatti tra le tecnologie che ho potuto sperimentare nella mia attività di visual artist, la forma che mi ha dato maggiore soddisfazione artistica, vero passaggio fondamentale di un percorso artistico e fonte di puro divertimento nell’espressione dell’arte del vj-ing. ; )


Suonare con le immagini

La scelta di usare una tastiera musicale al posto di un normale controller per gestire i contenuti in tempo reale tramite il software durante la performance visual era una delle migliori soluzioni che potessi trovare e usare sul palco per l’arte del vj-ing, un passaggio reso ancora più semplice e naturale dal fatto che le mie dita erano già abituate a scivolare (si fa per dire) sulle note di una pianoforte avendo fatto qualche anno di studio di musica classica da giovanissimo e che per usare i comandi assegnati a quei tasti, bastava solo suonarli e così che, sentendo scorrere sotto le dita quel flusso video che mandavo in scena sugli schermi ero in grado, in qualche modo, di seguire ogni passaggio della musica in tempo reale, come se fossi in grado quasi di suonare con le immagini.

Grazie alla velocità dell’interfaccia midi e ai bassi tempi di latenza utilizzando i tasti della tastiera come comandi potevo, con il semplice tocco delle dita, controllare il senso e la velocità della riproduzione, usare lo slow-motion o la pausa, attivare i canali video da mandare in scena, scegliere chiavi cromatiche da usare per le sovrapposizioni, applicare transizioni e dissolvenze, aggiungere colori in sottofondo. Inoltre, potevo scegliere quali effetti applicare tra cui bianco nero, treshold, negativo, shake, alpha channel, luma chromium, che avevo assegnato sulle note della scala melodica secondo uno schema ideato per massimizzare la fluidità dei movimenti della mano e che fosse il più musicale possibile imitando il modo di suonare a cui ero abituato. (vedi foto)
In questo modo, potevo seguire passo dopo passo, in una sorta di accompagnamento “visivo”, il set musicale cercando così, con quel sistema di controllo quasi pionieristico che ero forse tra i pochi ad aver sperimentato per primo, di restituire, attraverso modifiche in tempo reale, ogni possibile variazioni di melodia, di ritmo, di armonia, e quante più possibili sfumature di colore presenti nelle sonorità, che la tastiera, quasi come un estensione fisica del corpo, permette di inseguire attraverso il linguaggio visual e le forme proprie di un’arte estemporanea come la musica, trasmettendo a chi la usa, quell’indescrivibile sensazione di riuscire quasi a poter “suonare le immagini”.


Forme di pre-visual

In quella prima fase di transizione in cui avevo da poco iniziato ad usare il software per il controllo in tempo reale della performance visual ho potuto sperimentare anche un’altra forma di creazione dei contenuti che potrei chiamare pre-visual.
In pratica utilizzando quei contenuti che avevo montato per essere usati con i supporti in analogico che erano erano stati già montati in forma di partitura, continuando su una strada intermedia tra il pre-montaggio e il tempo reale, li utilizzavo dentro il software e registrando alcune pre-improvvisazioni prima della performance visual, utilizzando alcune scene di quel montaggio e mixandole ad altre con una forma di tempo musicale regolare, realizzavo dei pre-visual, in forma dunque, già pre-mixata, e che avrei in seguito impiegato nella perfromance live.
In quel modo i contenuti che nascevano da un unico montaggio, che nell’esempio qui pubblicato è rappresentato da una ragazza che danza in un salone affrescato, una volta che erano lavorati in forma di pre-visual e con lo stesso stile estetico, una volta modificati ancora nella riproduzione di quei movimenti che avevo filmato ed interni al montaggio stesso, con l’applicazione di altri effetti e nel mixaggio con altri contenuti, che avrei scelto sul palco e in scena nella performance live visual sempre in accordo o in contrasto con il messaggio ricercato, avrebbero dato vita ad un un racconto narrativo che manteneva la continuità narrativa di quei visual.
E se portando in scena un contenuto avessi finito per modificarlo troppo sapevo che in quella forma di pre-visual sarei riuscito sempre a rispettarne il significato perché sarebbe sempre rimasto in parte indissolubilmente legato a quella forma estetica ed espressiva scelta per quel progetto. E senza perdere la possibilità di trasformarsi in modo estemporaneo, in quella sorta di riflesso continuo delle emozioni che nasce nell’improvvisazione, dalla musica su cui veniva reinventato, quel contenuto sarebbe riuscito, con coerenza, a mantenere il significato con cui era stato fin dall’inizio creato. Un altro modo per creare contenuti e rispettare un linguaggio d’autore senza che sia stravolto da nessuno de sistemi digitali.


Emma Dancing – Pre-Visual edited by N.E.T.O. 2004
Filmed by Orlando Caponetto_1996 _Salone Palazzo Capponi Firenze
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

“Emma Dancing” è un visual nato da riprese che ho filmato ad una amica di Parigi mentre esegue passi di danza classica nel salone di Palazzo Capponi a Firenze, a partire da un montaggio che segue la stessa tecnica usata e descritta all’inizio di questo articolo, usata per i ballerini di Break Dqnce e Hip Hop, secondo una paritura musicale, ed è qui pubblicato in forma di estratto da un dvd promo del 2004 dove è abbinato in modo casuale alla musica di quella raccolta di visual. Diversmente dagli altri qui, come spiegato nel paragrafo qui sopra, il contenuto non è in forma di montaggio originale, ma è mixato in forma di pre-visual, e anche in questo caso non rappresenta una perfromance visual poiché non è costruito sulla musica su cui non è in alcun modo stato suonato o sincronizzato.
Dunque il video, nella sua struttura già montata e pre-mixata, come un loop mantiene nella partitura musicale, e nel mixaggio, lo stesso stile ed espressione, e anche in questa forma intermedia che è un ibrido tra i primi montaggi imprigionati nei supporti analogici e una performance come avrei potuto realizzare dal vivo e in tempo reale, in questo estratto pubblicato, dimostra come, mandato su una melodia casuale, riesca tuttavia, anche senza seguirla a tempo con una assoluta perfezione, mantenere quell’armonia visiva, che fa apparire i movimenti di danza, quasi in musica.


Il controllo del movimento

Gioia Dancing – Pre-Visual edited by N.E.T.O. 2005
Filmed by Orlando Caponetto_2004 @ Palazzo Capponi Firenze
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Grazie all’uso di quella tastiera e al software mi consentiva di elaborare e controllare in tempo reale, quasi istantaneo, i miei contenuti visual con una dinamica e fluidità sorprendente, sia nel gestire la velocità relative, le sfumature di colore, il loro variare nel tempo ed in sincrono con gli effetti in un intenso rete di interazioni potevo agire in particolare sul movimento dei soggetti ritratti nelle mie clip autoriali.
Una modalità di controllo della riproduzione che mi permettevano di soffermare l’attenzione proprio sull’azione specifica, portando all’attenzione, in quella modo di ripetere il movimento, rallentarlo, fermarlo, e farlo ripartire con una tecnica simile a quella usata nel montaggio descritto nei paragrafi sopra, ma con maggior controllo estemporaneo, praticamente suonando a tempo il movimento, riuscire anche attraverso questa tecnica, un po’ come si farebbe come una moviola per il cinema, ma con un controllo fisico che favorisce quello musicale amplificare il significato di gesti e danze, controllando l’evolversi del tempo, dello spazio e del movimento.

Gioia Dancing – Pre-Visual edited by N.E.T.O. 2005
Filmed by Orlando Caponetto_2004 @ Salone Palazzo Capponi Firenze
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Una tecnica che chi lavora come videomaker utilizza ogni giorno nella ricerca, ad esempio, dei punti di inizio e fine di una scena, con il pulsanti per la moviola che regola in modo fluido il controllo della scorrere delle scene, un classico dell’arte del montaggio, la differenza qui è che qui non si cerca nessun punto in particolare ma si insegue il significato espresso dal movimento, e si fa direttamente in scena, in tempo reale, spesso utilizzando video di figure umane in movimento e non solo, e che qui grazie a questa innovazione che riguarda il mio caso personale, il controllo del movimento, presente nel contenuto, è fatto con una tastiera musicale.
Una tastiera su cui far scivolare le dita su tasti ormai muti che tuttavia “suonavano” ancora, come musica e in tempo reale, controllando la velocità, la direzione, la riproduzione, ai movimenti di quelle figure, persona della vita reale, danzatori, ballerini, avevano la capacità di dare vita a oggetti inanimati, ricreati in modi estemporanei e liberati in visual unici e originali, che riuscivano in scena e sugli schermi, a far ballare i protagonisti di quelle danze sulle musiche sulle quali venivano “suonati” esprimendo ogni volta nuovi significati.



Un altro esempio di come il progetto N.E.T.O. a seconda delle diverse forme di linguaggio, di supporto, di possibilità di controllo, che ha sperimentato ed affrontando, sia cresciuto ogni volta rinnovandosi nel tempo e mantenendo fermo quell’intento di voler offrire al pubblico quel nuovo sguardo per osservare la realtà, A New Eyes To Observe, per soffermare l’attenzione ed esprimere quel significato, prima nel montaggio in partiture musicali, poi nel pre-visual, e dopo il tempo reale mantenendo l’attenzione sul movimento e su quel rapporto tra spazio e tempo che esiste da sempre nella vita. Un modo di sperimentare che mi ha consentito di esplorare, nei suoi diversi linguaggi, l’arte del vj-ing sviluppando una vera ricerca personale sul modo di comunicare con l’arte del visual, un avventura nella quale, a partire da riprese autoriali, filmate in prima persona, montate, rielaborate in scena nelle innumerevoli performance che ho potuto realizzare insieme alla musica, mi ha fatto riflettere e accorgere di tante cose che forse non avrei potuto immaginare, se non le avessi provate ad immaginare, pensare, costruire, e per questo, come nel lavoro di fotografo e di videomaker , ho molto da ringraziare anche a me stesso, nell’aver avuto il coraggio di osare con il progetto N.E.T.O. New Eyes To Observe.


La modifica
in tempo reale

Running Head -Manichini – visual by N.E.T.O. 2003 (frame)
based on video filmed by Orlando Caponetto
@Sala Bianca Palazzo Pitti – Biennale di Firenze 1996
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Se in quella prima fase la performance visual analogica aveva potuto garantire un uso limitato dei controlli di riproduzione, quando finalmente il computer ha implementato quelle possibilità, cambiando il modo di gestire i contenuti e rendendo quel controllo più immediato grazie all’interfaccia midi e in particolare a quella tastiera musicale, il modo stesso di progettare i visual è radicalmente cambiato e mi ha spinto oltre nella ricerca di nuove forme di linguaggio e nella creazione dei nuovi contenuti.

Se in un primo momento, il processo creativo si doveva concentrare in particolare sui modi per consentire ai visual di poter essere in qualche misura autosufficienti, costruendo il montaggio secondo forme di partitura che ne garantissero l’andamento musicale anche in scena, dove non sarebbe stato possibile più modificarne la struttura ma soltanto aggiungere degli effetti con un mixer analogico, passando a quel controllo in tempo reale, potevo lasciare quei montaggi in forma più lineare, in versione per così’ dire originale, e sempre continuando a dargli una continuità temporale, avere questa volta, la libertà di poterli modificare nel dialogo estemporaneo con la musica.
Un rivoluzione che ha cambiato completamente il modo di progettare gli stessi contenuti, e che in quella fase di sviluppo dove tutto era ancora in divenire, ha dato vita ad un nuovo modo di lavorare sul palco che ha portato a ripensare anche il modo stesso di fare visual.
I contenuti creati in modo del tutto nuovo, in questa versione originale, venivano montati senza effetti se non quelli che ritenevo più funzionali in modo che fosse possibile modificare sia durante la riproduzione temporale che attraverso la rielaborazione in tempo reale possibile grazie quell’innovativo sistema di controllo in digitale, così da costruire, ogni volta in modo sempre diverso, quell’esperienza visiva, costruita in costante dialogo con la musica e in funzione delle esigenze di scena.


N.E.T.O.
Un nuovo sguardo per osservare

Il progetto visual N.E.T.O. NEW EYES TO OBSERVE nasce ufficialmente nel 2005 con questo nome, nato dal soprannome con il quale sono sempre stato chiamato e con il quale mi sono presentato come visual artist sul main stage di Elettrowave, forse il primo ed unico più importante festival di musica elettronica e di arti digitali internazionale, mai esistito in Italia, ospitato all’interno di Arezzo Wave.
Il progetto così nominato, che naturalmente già conteneva in sé, prende questo nome il quale ho presentato con una perfromance visual di quasi 6ore con durante la quale ho accompagnato la musica e il dj-set di Ralf, Francesco Farfa e John Acquaviva davanti ad una platea di qualche migliaio di persone, nasce dall’acronimo in inglese, che tradotto in italiano significa, in cui è racchiuso il senso di tutto quello che ho fino a qui raccontato: un nuovo sguardo per osservare, immaginare e raccontare la vita, con l’arte dei visual.
Un progetto visual con il quale ho immaginato un nuovo linguaggio per dare una nuova vita ai soggetti delle riprese che avevo realizzato nella mia attività di videomaker: a persone, cose inanimate, manichini, oggetti del tessuto urbano, semafori o strisce pedonali, linee elettriche, segnali stradali, agli sguardi, alle pose ed alle forme delle statue, alle nuvole, al mare, alle architetture delle città, alle nebuolse del profondo universo fino ai moti orbitali della stazione spaziale intorno alla terra e un infinità di altre immagini che non posso enumerare. Ho immaginato di liberarle dall’immobilità, dalla storie passate, dai luoghi, e dal tempo, attraverso l’arte del visual, dove il movimento di luci, passi, gesti, espressioni, simboli, riportati sotto forma di linguaggi sempre diversi, hanno illuminato gli schermi, i led-wall, interi o scomposti, di numerosi club, discoteche festival, che ho cercato di ricomporre, in nuovi fondali tra spazi e luoghi contaminati, raccontandone i loro significati.

Un progetto con cui ho cercato di far rivivere questi elementi della vita, in altrettante scenografie della realtà, modificate, rielaborate, raccontate, in tempo reale, e in una specie di liturgia di linguaggi tra arte, l’immagine, corpo e vite, inanimate, presenti o passate, offrire loro, un nuovo tempo d’esistenza con l’arte del visual.
Ho cercato, forse con un po’ di sana utopia artistica, di rigenerare aspetti, relazioni, contrasti e armonie, che ogni giorno vivono nascoste nella vita e nelle esistenze di noi esseri umani, della natura e della società, in un mix di elementi, geometrie, architetture, forme dell’essere umano, danze, movimenti, sculture, opere d’arte, o semplici figure imprigionate nella plastica, per raccontare parte del mio percorso d’autore e personale.

E forse N.E.T.O., prima di essere un progetto visivo, è sempre stato un modo visionario di raccontare la vita.


Immagine e suono
armonia e contrasti

L’arte del vj-ing e non sta certo nell’usare un software quanto piuttosto nel saper costruire un racconto visivo che attraverso dei contenuti d’autore possa realizzarsi prima ancora in fase di progettazione e di montaggio che nasce per aggiungere un significato di realtà al visual, e che solo in un secondo momento si esprime anche attraverso la sensibilità espressa sul palco nell’improvvisazione che tenta di inseguire la composizione musicale di un dj-set o live, e anche l’utilizzo della tecnologia, cerca di far corrispondere quel sentimento fino a trasmetterlo agli schermi, una arte complessa da spiegare, e anche da mettere in scena, che si fa col cuore.
Così come avviene in un film o in uno spettacolo di danza, l’arte del vj-ing ricerca una corrispondenza tra le variazioni dell’immagine presenti nell’inquadratura e la colonna sonora che suona, segue ogni sussulto delle emozioni che nascono dalla musica, ne controlla l’evolversi anche nel movimento interno di una stessa clip, che può rimanere legata indissolubilmente ad un movimento, un gesto, ad un azione che è parte della vita, e cambiandone la forma, il colore, la velocità, nel suo incedere prova a ricomporre, a tempo con la musica, quell’emozione fissata nella sequenza, e potenzialmente all’infinito, cerca di seguire il senso, lo sviluppo, della figura che è in scena, a volte anticipando, interrompendo, amplificando quel movimento, quasi come uno gioco scenografico con l’immagine stessa, di cui ripete e riflette l’intensità, il valore, il pathos così da restituirne intenzione e sentimenti, e così la performance visual prova a restituire quell’armonia di sensazioni e contrasti che si ha nella vita reale e che esiste in ogni momento tra il suono e l’immagine.

Questo il cuore pulsante con cui ho sempre portato in scena il progetto visual N.E.T.O. NEW EYES TO OBSERVE.


Da riprese originali
a visual d’autore

Il procedimento che fin dall’inizio del progetto N.E.T.O. ho seguito nel realizzare contenuti visual è quello di lavorare a partire da riprese video originali, che ho realizzato in prima persona nella mia attività di videomaker, che possono essere girate sul momento o recuperate dagli archivi che ho filmato in tempi lontani o contemporanei, frutto di immagini amatoriali o professionali, purché siano autentiche ed autoriali che attraverso montaggi rielaborati con diversi linguaggi in forma di visual diventano parte essenziale dei contenuti usati nella performance.
Nascono così anche dalla vita amatoriale di videomaker, molte delle clip e dei contenuti visual che ho realizzato a partire da quelle immagini che avevo girato all’inizio degli anni’ 90 quando da ragazzo e sperimentavo l’arte del videomaker come le immagini che usato per i montaggi previsual della Breack Dance descritti nei paragrafi precedenti.
E così lo stesso, quando dal 1996 ho iniziato a realizzare contenuti in modo professionale girando nuove riprese, ad esempio per la Biennale di Firenze ancora una volta, senza che allora potessi immaginarlo, sono divenuti molti anni più tardi, sperimentando l’arte del vj-ing, in quel caso, perfino un vero caposaldo delle performance visual che ho portato in scena lavorando dal palco.
Per questa ragione ho sempre chiamato il progetto N.E.T.O. e molti dei miei contenuti come visual d’autore proprio per sottolineare il valore e l’importanza del significato di utilizzare opere girate e montate personalmente.

New Head – Manichini – Visual by N.E.T.O. 2004
Based on video filmed by Orlando Caponetto
@ Stazione Leopolda – Biennale di Firenze 1996
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Clip realizzate ad hoc in modo che possano essere libere e utilizzate durante le performance visual senza essere imprigionate in forma vincolate, tali da poter essere ri-attualizzate ogni volta in modo diverse come colori, note, parole, con le quali ricomporre, per rivivere, in altri momenti e movimenti, come elementi fondanti di un linguaggio artistico, praticamente all’infinito, sempre nuovi quadri, melodie, discorsi, e visual.
Un processo di creazione che accompagnato dalle possibilità interattive di un software progettato per gestire i contenuti visual in tempo reale permette di modificare le clip visual in modo indefinito offrendo così a quelle immagini di continuare ad esistere e acquisire ogni volta sempre nuovi e diversi significati.

Il progetto Manichini, nasce a partire dalle riprese di alcune figure di manichini che ho filmato nel 1996 mentre sfilano fiere ed eleganti, sulla passerella meccanizzata ideata dallo stilista Emilio Pucci e dal montaggio realizzato per conto della Facoltà di Architettura di Firenze, da un incarico proposto da mio padre Michelangelo, architetto e professore del Dipartimento di Urbanistica all’interno di un progetto sulla documentazione della riqualificazione degli spazi urbani della città. Per approfondire l’argomento invito a leggere il paragrafo dedicato alla Biennale di Firenze nella pagina WORKS e così la galleria fotografica nella pagina PROFESSIONAL dove si trova il mio lavoro realizzato in occasione della Biennale di Firenze del 1996, all’interno di alcuni spazi identitari della città, tra cui la Stazione Leopolda, la Sala Bianca di Palazzo Pitti, dove era allestita la sfilata di manichini di Emilio Pucci, Il Forte Belvedere e il Palazzo Salvatore Ferragamo.
Infine nella pagina N.E.T.O. VISUAL è possibile vedere alcune anteprime delle performance visual degli ultimi anni realizzate alla discoteca Tenax club di Firenze dal 1981, in cui ho utilizzato il visual manichini e leggere altre impressioni su questa citazione letteraria del visual d’autore.
Qui accanto una foto un momento il cui con il progetto N.E.T.O. nel 2019 sono stato invitato alal Bright Festival presso la Stazione Leopolda di Firenze dove ho realizzato una perfromance visual utilizzando come citazione letteraria il visual manichini proprio nell’altro luogo dove avevo lavorato per quel progetto nel 1996.
Una testimonianza del valore e del significato di un contenuto autoriale, nato e creato per essere libero nella sua forma di contenuto visual per essere ogni volta riadattato in contesti musicali che ha sfidato il tempo e la storia, che ha continuato a vivere per molti anni e senza essere imprigionato in alcuna forma statica, videoclip, videoarte è un esempio di come, grazie all’arte dei visual, un soggetto possa ritornare in quel luogo dove è stato filmato e comunicare attraverso un nuovo significato emozioni contemporanee alla scena e al pubblico di altre generazioni.


E così nel 2003 da uno di quei primi montaggi originali realizzati alla Biennale di Firenze nel 1996, che ho deciso di rielaborare nella forma e nel ritmo con le nuove forme di espressione dell’arte visual e il software di elaborazione in tempo reale ho creato il Visual Manichini divenuto subito uno dei capisaldi delle performance del Berlin Mitte Visual e del progetto autoriale N.E.T.O. che ho avuto il piacere di mostrare negli innumerevoli eventi nei quali ho lavorato e che ho scelto di riproporre anche durante il set di alcuni dei maggiori dj e producer internazionali fino al 2020 come forma di citazione letterario-visiva per sottolineare come riprese originali, espressioni di un lungo percorso di videomaker, potessero ancora dimostrare la forza e l’eleganza di un Visual d’Autore.
Qui sotto sono riportate due anteprime che pur contravvenendo alla regola che ho rispettato per oltre vent’anni di non imprigionare mai un visual in una forma statica, ho scelto in via del tutto eccezionale, per dare la possibilità di vedere almeno un anteprima di quel progetto a cui sono sempre stato particolarmente legato. La musica con il quale è accompagnato è soltanto abbinata in modo del tutto casuale non sincronizzato e non si tratta di una performance visual.

Manichini 01 – Visual by N.E.T.O. 2004
Based on video filmed by Orlando Caponetto
to Emilio Pucci’s mannequin Installation
@ Sala Bianca – Palazzo Pitti – Biennale di Firenze 1996
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)
Manichini 02 – Visual by N.E.T.O. 2004
Based on video filmed by Orlando Caponetto to Emilio Pucci’s mannequin Installation
@ Sala Bianca – Palazzo Pitti – Biennale di Firenze 1996
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Nuovi modi di riprendere

Fashion Input -Visual by N.E.T.O. 2004
(This is NOT a visual performance and the music is not synchronized)

Quando ho iniziato a lavorare seriamente con l’arte del vj-ing, il sapere che le immagini che mi trovavo a girare sarebbero potute servire per le perfromance visual, mi ha portato a riconsiderare completamente anche il modo stesso di fare riprese. Quando ho compreso che la visual art avrebbe potuto dare una seconda vita e finalità alla destinazione d’uso di ogni tipo di materiale girato ho cominciato a rivalutare, secondo una diversa prospettiva, il soggetto dei miei contenuti. Nasce così anche un modo diverso di avvicinarsi all’uso della videocamera usata molte volte proprio per soffermare l’attenzione su alcuni elementi della vita quotidiana a partire dagli elementi che spesso sfuggono ad uno sguardo distratto o distaccato, forse perché considerati spesso troppo “normali” e dare una nuova vita anche a quelli più “banali”, cercando in altre parole di sviluppare una forma di linguaggio nuovo che non avevo mai inesplorato nella mia esperienza di videomaker.
Grazie anche a quella nuova opportunità artistica, a quella “scusa” così stimolante, che nasceva dalla voglia di sperimentare quella arte, di far parte di una scena musicale innovativa e all’avanguardia, sono riuscito a spostare lo sguardo, a guardare le cose con altri occhi cercando un modo di amplificare il significato nascosto dietro alle cose, al mondo, a scoprire un altro linguaggio nel modo di raccontare la realtà che è divenuto presto, insieme a quello della fotografia e del montaggio che avevo potuto già sperimentare fino da ragazzo, un nuovo modo di osservare e raccontare pensieri e sentimenti attraverso l’arte unica del vj-ing.

Dancing Head 2003 Visual By N.E.T.O.
“Artisanal” visual created from footage I took of myself doing dancing while wearing a hoodie.
Track: “Semi” by Sacha Funke’s from Bravo album (Bpitch Control – 2003)
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Un progetto che mi ha portato a creare contenuti visual come brevi cortometraggi che cercano di raccontare in pochi minuti, con una diversa forma espressiva e di percezione per l’occhio, “scenografie e coreografie” realizzate nella vita da persone, da elementi naturali o da oggetti, che diventano soggetto e parole del linguaggio dei visual per focalizzare l’attenzione su un determinato gesto, danza, o evento più o meno reale, trasformando quelle azioni in un flusso visivo che cerca di proporre un nuovo sguardo per osservare la realtà.
Una carezza, un passo, un sorriso, un semplice battito di ciglia, una danza improvvisata con indosso una felpa, lo scorrere delle nuvole, un semaforo che lampeggia, il paesaggio da un treno diventano messaggi di semplici valori presente in ogni momento della vita per poter così esprimere ancora, e ancora, in una nuova temporalità potenzialmente infinita, i loro significati.


Animare i paesaggi urbani

VETRINE FASHION – PRE-VISUAL BY N.E.T.O. 2004
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Le riprese da cui nascono molti dei contenuti del progetto N.E.T.O. che ritraggono ogni tipo di soggetto, figure, persone, artisti, installazioni, movimenti, azioni, passi di danza, elementi della vita urbana, sociale o storica, oggetti, vetrine, portano in sé, un significato che appartiene alla vita reale e rappresentano un frammento di esistenza da cui sviluppa l’idea per il visual. Un modo di riprendere e montare contenuti visual che mi ha portato in diversi casi a cercare di raccontare alcune contraddizioni della società contemporanea scegliendo forme e dialoghi visivi che riuscissero in qualche modo ad animare i paesaggio urbani per sottolineare aspetti e criticità.

Snowing Stairs – Visual by N.E.T.O. Berlin Mitte Visual
video filmed by Orlando Caponetto in 2003
Track: “Strassetanz” from Bravo by Sacha Funke (Bpitch Control)
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Una volta che un “soggetto” è stato filmato, sia esso un luogo, una persona, un elemento architettonico, urbano, domestico o pubblico, indipendentemente dal tempo e dal luogo dove è girata la scena, quest’ultimo si svincola dal “territorio” d’appartenenza e pur restando intrinsecamente legato a quel particolare evento o momento vissuto, una volta elaborato nel vj-ing dalla performance visual in tempo reale, con un procedimento che somiglia ad un montaggio estemporaneo, astraendosi dal contesto e in base al contenuto con cui è rielaborato, qualunque ripresa di figura viva o inanimata che genera movimento, grazie a questo linguaggio espressivo unico tutto da sperimentare, può trasformarsi ed esprimere un proprio significato e in un vero incontro visivo prendere nuova forma e vita per riuscire ad inseguire un destino a volte persino inaspettato.

New Life – Traffic Light Project – Visual by N.E.T.O. Berlin Mitte Visual
video filmed by Orlando Caponetto in 2003.
Track: “Strassetanz” from Bravo by Sacha Funke (Bpitch Control)
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

In altre parole, le sequenze di quei brevi montaggi, ricostruite secondo uno schema narrativo diverso dal montaggio classico, trasformate in frammenti, loop, come azioni e scene separate della vita reale, i soggetti in scena si trasformano, e pur mantenendo il rapporto con i riferimenti a cui sono legati, usati in contesti diversi e accompagnati da clip di tutto altro genere, hanno così la possibilità di assumere sempre nuovi ed inaspettati significati.
Soggetti attesi per significati inaspettati, parti funzionali di nuove forme di racconto, dove la narrazione è stravolta e l’attenzione viene spostata su movimenti, sui piani sequenza e sulle inquadrature, creando nuovi sitemi di composizione scenica nei quali vengono ri-assemblati offrendo la possibilità di raccontare la realtà in modi sempre nuovi attraverso il linguaggio dell’arte visual.


Il progetto visual N.E.T.O.
dal palco di Elettrowave 2005

N.E.T.O. NEW EYES TO OBSERVE – Schema workstation – Elettrowave – Arezzo Wave 2005

Quando all’edizione Elettrowave 2005 ho presentato per la prima volta il progetto visual personale N.E.T.O. NEW EYES TO OBSERVE per accompagnare la musica il dj-set di John Acquaviva, Ralf, Francesco Farfa e davanti ad una platea di migliaia di persone sul palco del più importante festival di musica internazionale mai esistito in Italia, estintosi prima che la scena underground fosse spettacolarizzata, e il mio lavoro di Visual Artist ha iniziato ad essere riconosciuto in ambito professionale e internazionale, insieme ad altri VJ europei, già affermati, ormai protagonisti sulla scena, anche in quell’occasione unica e straordinaria, ho potuto dimostrare quante fossero le diverse possibilità di interazione con la scena nell’esprimere l’arte del vj-ing utilizzando, tra le altre cose, la tastiera musicale, e non per suonare.
Essere visual artist non significa solo saper usare software innovativi quanto piuttosto essere promotori di forme e linguaggi visivi nuovi e sperimentali che nascono da idee e contenuti frutto di un lavoro di ricerca personale, capaci di realizzare una performance visual in modo unico, essere in grado di prendere parte ad un esperienza artistica collettiva e dare un reale contributo come artisti e autori dei visual, in poche parole essere un Vj, con la V maiuscola, significa lavorare con consapevolezza, capacità espressive, culturali e musicali.


L’intelligenze umane
e non artificiali

Per esprimersi in ogni forma d’arte è di fondamentale importanza che la creatività sia il prodotto dell‘intelligenza di una persona, dove la fantasia nasce dall’anima, non da forme di intelligenza artificiale, digitale o virtuale, senza perdere le sensibilità dell’essere umano.
Un scelta non solo artistica ma di vitale importanza nel riconoscere e difendere il valore che sta nella nostra capacità di pensare, creare ed immaginare e che non si deve in alcun modo abbandonare mai per affidarsi esclusivamente alle “comodità” di un pensiero digitale.
Nel corso degli anni le tecnologie sono divenute sempre più sofisticate e così insieme anche i sistemi digitali, fino a giungere oggi, dopo la rivoluzione digitale, quella dei social, adesso a quella dell’intelligenza artificiale che sta invadendo la nostra società sempre più a rischio di essere lobotomizzata nella sua capacità di pensare, di creare, di inventare qualcosa di vissuto e partecipato personalmente. E così ancora oggi difendo l’importanza nella visual art di non usare forme generative che creano elementi anonimi, grafiche multimediali, tridimensionali etc. che si comportano nella loro forma di linguaggio e sincronizzazione automatica in modo soltanto digitale attraverso una struttura che per quanto possa essere gestita nell’improvvisazione manuale dell’uso del software, risulta essere lontana da quella unica ed originale che si può creare con la propria fantasia ed intelligenza creativa e rischia soltanto di farci finire in un magma di omologazione artistica digitale che porta a creare un mondo esclusivamente virtuale, dove se l’arte rischia di essere senz’anima, la vita stessa perde valore.


Ridisegnare lo spazio scenico

Quando ho iniziato a fare visual, in quei primi anni del 2000, era ancora un arte che aveva contenuti tematici, figurativi, architettonici, artistici che in qualche modo possedevano ancora uno stile diciamo cinematografico, che nasceva anche dal fatto che le immagini da cui nascevano non avevano l’alta definizione e in termini di qualità che esiste oggi non erano così iper-realistiche, spesso realizzate con altri mezzi, analogici e digitali, prendevano spunto da un altro tipo di background culturale sull’immagine che parlava un linguaggio differente, cresciuto sullo stile dei primi videoclip anni 80-90, dalla video arte pop, dalla street art dei graffitari, insomma erano lo specchio di un altro periodo storico e così anche il vj-ing risentiva, in modo certamente positivo di questa influenza, e l’attenzione delle immagini si concentrava prima di tutto su semplici soggetti dove la musica elettronica seguiva gli stessi principio espressivo nascendo ancora dal connubio tra strumenti analogici. le nuove tecnologie. Nei contenuti creati ed utilizzati nelle performance live, tornavano i filmati in super 8, i vechi archivi di pellicole dei primi anni del 900, la fotografi, il cinema e tutto quel materiale video girato negli anni 90 che ciascun videomaker aveva sperimentato nella sua attività di artista del video.

Certamente appartengo ad una generazione che ha vissuto a cavallo tra due periodi storici, quello analogico, senza computer, telefonini, connessione internet e quello digitale, il mondo di oggi, e in cui ormai viviamo senza spesso pesare troppo a come sia radicalmente cambiato in pochissimo tempo e che stava già prendendo mutando proprio in quei primi anni del millennio in cui ho iniziato a fare il Vj.
E anche per questo che per creare alcuni dei primi contenuti un po’ per scelta e. a volte per necessità ero solito attingere a materiali analogici, a riprese che avevo girato anche anni prima, o che anche se riprendevo ex-novo, mantenevano il senso di quel mondo da cui noi tutti provenivamo, dove molte volte i soggetti ritratti nel nostro lavoro hanno preso vita e ispirazione, come in molte altre delle arti, dalla vita di tutti i giorni, comprendendo in essi, luoghi, spazi, sentimenti e l’impronta del mondo che era parte del quotidiano.
E così molti altri artisti che come me iniziavano quell’arte visual nei propri contenuti sceglieva anche di riportare elementi particolari di un territorio in particolare, di città vissute, conosciute, di contesti urbani noti e familiari, dove nascevano proprio dal tentativo di riflettere anche in quell’atmosfera espressa dal visual, gli stessi colori, gli elementi scenici e grafici, tipiche di quelle identità, e se pur rielaborate nella cultura che naturalmente cambiava fi giorno in giorno come appartenenza alla società stessa in cui ciascuno di noi viveva, viaggiava, visitava erano espressione continua di quel dialogo estemporaneo tra arte e luogo, vita e visual.


Videoclip e visual,
linguaggi interconnessi

Morgen Licht – Unofficial Videoclip by N.E.T.O. – Berlin 2005
Track: Augenblick di Ellen Allien (Bpitch control)

Videomaker e Visual Artist sono state dunque due discipline ed attività artistiche che si sono in seguito intrecciate tra loro in un dialogo attivo tra forme espressive nel corso del quale gli stili narrativi hanno finito per influenzarsi a vicenda dando vita ad alcuni cortometraggi che prendevano spunto dal linguaggio dei visual, e contenuti visual che nascevano da cortometraggi che sceglievo di usare nelle performance.
Le immagini erano parte della cultura e della conoscenza di quegli spazi della vita dell’uomo e della sua cultura, sia che raffigurassero aree dismesse che riqualificate, sia che rappresentassero i luoghi della cultura, della storia, dell’arte, delle città, a cui si ispirava e riportate nell’arte visua in ciascuna delle atmosfere visive, potevano nascere dai luoghi simbolo di città che già praticavano quell’arte come Berlino, Londra, New York o anche essere, site-specific, quindi costruite in modo complementare alle caratteristiche del luogo dove venivano realizzate le performance, o ancora più circoscritte a scelta scenografiche in un dialogo artistico con le naturali architetture o strutture di un club, di un locale, e appunto di uno spazio specifico.


Scenari e luoghi,
simboli d’appartenenza

Visual by N.E.T.O. – Berlin Mitte Visual
for Ellen Allien @ Tenax 2007
Live Visual Performance Sample

In particolare per alcuni eventi la performance poteva altresì risultare perfino creata con immagini grafiche o ricostruzioni artistiche minimali, che per così dire astrattamente costruite e ambientate, e dedicate proprio agli scenari ed ai paesaggi dei luoghi di appartenenza degli artisti in scena dei quali accompagnavo il dj.set.
E questo era uno stile che nei primi anni del mio lavoro era alla base della ricerca del mio progetto visual e che mi ha visto in questo ultima possibilità realizzare spesso visual esclusivi dedicati ad una singolo event o o artista, per così dire, unici e usati solo in quell’occasione o in funzione di un determinato aritista perché in quel caso potremmo dire quasi artist-specific. È il caso del video che ho qui pubblicato, realizzato a partire dalle clip prodotte per accompagnare il dj-set di Ellen Allien, artista berlinese, di fama internazionale fondatrice e direttrice della nota etichetta di produzione della capitale espressione di un movimento artistico prima ancora che musicale e conosciuta ormai in tutto il mondo, nella quale ho conosciuto per la prima volta il vj-ing praticato in modo magistrale e unico dei maestri Pfadfinderei, e che per quell’evento in cui ho realizzato a performance nel 2007 al Tenax di Firenze, tra i più rinomati club underground d’Italia che mi aveva invitato ospite insieme a Fabio della Torre e che ho voluto usare come testimonianza semplice di un prodotto autoriale, semplice e quasi artigianale, prodotto in un epoca digita, con uno stile analogico in stile anni 90, in esclusiva per un eventi che riporta elementi grafici della città di Berlino come soggetto principale targato Belrin Mitte Visual che nello spazio scenico di quella serata accompagnava le sonorità elettroniche uniche e straordinarie tipiche B-pitch, faceva bene il suo gioco. Nell’arte Visual si è sempre trattato, e anche in quel caso, di realizzare video performance che proponessero una forma di allestimento visivo anche dedicato che accompagnasse alla musica prima ancora di identificare e rappresentare visivamente quei luoghi di nascita di quelle sonorità da cui gli stessi dj-set molte volte si ispiravano e in qualche modo restituire visivamente quell’appartenenza attraverso l’arte del visual proprio mentre dalle immagini che gli schermi fisicamente letteralmente li avvolgeva erano spesso circondati.
Sviluppare quel dialogo contemporaneo costruito con un linguaggio visivo ispirato ad un certo territorio, in rapporto con le tendenze della musica, significa in qualche modo non trascurare il luogo di appartenenza ma rielaborare il paesaggio per renderlo partecipe dell’intero progetto visivo quasi come un vero soggetto attivo. Non per caso infatti già da diversi anni la musica techno berlinese si era ispirata ai suoni ed ai rumori prodotti dalle zone industriali nella produzione di alcune delle sua sonorità, un procedimento di compenetrazione tra suoni e rumori della realtà, tra territorio e musica, all’insegna della creatività, che in qualche modo è avvenuto anche nei visual, dove inseguendo in un dialogo tra elementi del paesaggio e della società, in una rivoluzione del linguaggio delle immagini ,ha scelto di accompagnare questa mutazione artistica, con l’arte del vj-ing.


Rinnovare il linguaggio cinematografico

Grazie a quest’arte straordinaria del vj-ing ho avuto la possibilità di mostrare al pubblico in scena alcuni videoclip realizzati come videomaker nel corso della mia attività professionale che ho scelto di usare nella performance estemporanea nel dialogo con la musica, per comunicare sul palco uno stile cinematografico e che, nell’utilizzare alcune parti provenienti dallo stesso girato, in modo del tutto inedito, hanno finito per creare un risultato persino inaspettato rinnovandone il significato.
E così sono riuscito ad intersecare Il linguaggio del visual a quello cinematografico trasmettendo parte di quel valore artistico che ho sempre cercato di esprimere in cortometraggi, videoclip e documentari a cui ero particolarmente legato.

Original footage of the video clip Downtown by N.E.T.O.
for Minimono from the album Runway (Bosconi Records) – 2010
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

E se ho avuto il coraggio di osare utilizzando cortometraggi e videoclip, in contesti completamente diversi che forse non avrei immaginato, distanti o separati dalle ragioni per cui erano stati creati e dai luoghi dove li avevo girati, ogni volta, sapevo che utilizzandoli nell’arte del visual, nel massimo rispetto, prima di tutto verso quel lavoro, avrebbero continuato a comunicare l’importanza di quel significato.
E proprio grazie alla forma stessa di un linguaggio, il montaggio cinematografico, che mantiene il senso di quanto cerca di esprimere anche se è accompagnato da un altra musica, sono certo che se almeno in parte, è cambiato in scena nel modo in cui l’ho modificato o accompagnato ad un altro contenuto, questo è stato fatto sempre nel modo che ho desiderato, ricercato e in cui ho scelto di osare.
L’arte del visual comunica con una forma certamente molto diversa di linguaggio ma si esprime anch’esso attraverso una sorta di montaggio improvvisato e che viene costruita in un dialogo estemporaneo con la musica e può entrare sempre, allo stesso modo, ed in ogni caso, in rapporto narrativo con l’arte cinematografica.
E quando in queste due forme di linguaggio ad utilizzare un filmato è proprio chi per primo lo ha realizzato, che avrà sicuramente più interesse a far comprendere il valore che gli ha voluto attribuire e capacità di riuscire a rispettare quel significato, la scelta di come sarà utilizzato in scena in una performance visual, avverrà in modo più ricercato, e pur mantenendo o ribaltando il senso di quella valenza, proprio perché conosce nel dettaglio il senso di ogni stacco del montaggio sarà facilitato nel provare a costruire intorno un percorso visivo, in parte o del tutto trasformato senza rovinare in alcun modo l’effetto desiderato.
E così, in questa ricerca che unisce il linguaggio visual a quello cinematografico, in questo modo di mantenere ciò che è stato costruito, ricostruito, trasformato e perfino desiderato sul momento, l’arte del vj-ing, offre la capacità di trasmettere alcune delle emozioni provate in fase di ripresa e di montaggio, o durante un girato e in modo del tutto estemporaneo, comunicare ancora il valore di un sentimento vissuto in prima persona e che viene condiviso con il pubblico di una discoteca, di un festival, di un club, spesso ad insaputa di tutti, dimostrando come due arti tra loro complementari possano incontrarsi nel rinnovare un significato.

Original footage of the video clip Downtown by N.E.T.O.
for Minimono from the album Runway (Bosconi Records) – 2010
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

E così che nell’essere Vj ritorna la passione per la fotografia, il video, il montaggio e nel visual rinasce la filmica, dove ogni scena, sequenza, effetto, elaborazione, trasparenza o chiave cromatica non è mai fine a sé stessa, è scelta per modificare o mixare ogni contenuto, sposta la percezione dello sguardo lontano dal linguaggio visivo classico, sperimenta visioni inedite di un montaggio video, ridisegna lo spazio scenico, e in un dialogo continuo e quasi pulsante con la musica, ricrea quel racconto visivo che stravolge la narrazione, riscrive la grammatica del montaggio, dando vita a qualcosa di inaspettato, unico ed irripetibile.


Il software in tempo reale
Resolume

Ho iniziato ad usare il programma per il controllo in tempo reale dei visual Resolume, nel 2003, quando era appena uscito in versione 1.0, continuando ad utilizzare questo incredibile strumento fino alle ultime performance del 2020 ed è ancora oggi il principale tra i software più utilizzati nei festival di musica elettronica di tutto il mondo.
Un software unico con il quale è possibile gestire la performance live visual in tempo reale che negli ultimi aggiornamenti, consente di utilizzare tecniche di mappatura (mapping) su led-wall creare scenografie in 3D, realizzare allestimenti video di grande impatto scenico creando scenografia video sempre più complesse ed interattiva, spostandosi verso un mondo in parte diverso da quello in cui era stato sviluppato quando ho iniziato ad usarlo per l’arte del vj-ing.
E se aggiungo questa piccola riflessione critica, sempre nel massimo rispetto verso il lavoro di chi lo ha creato e sviluppato anche per le possibilità che mi ha offerto e le emozioni che mi ha regalato in quasi vent’anni di lavoro, che lo rendono un programma unico e straordinario, lo faccio soltanto perché all’arte del vj-ing, ed anche al Resolume, perfino emotivamente legato. Ad oggi, infatti, malgrado tutte le buone intenzioni di chi lo ha inventato e di chi come me lo ha sempre utilizzato, consigliato, e scelto come lo strumento perfetto per questo scopo, il modo in cui viene usato, che non dipende certo dalle caratteristiche del programma ma dall’uso che se ne riesce a fare, sembra ormai proporre contenuti che per senso e significato, sono lontani dal modo in cui ho sempre inteso, fin da quando ho iniziato, l’arte del vj-ing. Certamente questo non dipende dallo strumento è la società stessa in cui ormai tutti viviamo ad essere radicalmente cambiata e così anche la consapevolezza del pubblico, le esigenza di soddisfare un sistema dove l’arte sembra aver preso l’unico destinazione d’uso del commercio e che ha trasformato finanche l’aspettative del dancefloor verso cui mi sono sempre rivolto, e che non è più lo stesso, sperando di comunicare qualcosa di autentico.

N.E.T.O. VISUAL @ Tenax – 2019
Resolume – Real time visual performance software

Detto questo, il resolume è uno strumento digitale unico, grazie al quale ho potuto lavorare e realizzare un numero davvero imprecisabile di performance visual e che fin dalla prime versione che ho usato era già dotato di una notevole quantità di effetti, transizioni e sistemi complessi per elaborare le singole clip, gestire in temo reale contenuti video, fotografie, grafiche, e perfino modelli in 3d, e nonostante tutte le sue principali funzionalità siano state cambiate, migliorate, aggiornate, ampliate, rendendo parametri e controlli sempre più accurati nel corso di molti anni, è sempre riuscito a mantenere, o quasi, lo stesso tipo di approccio nel controllo in tempo reale che è il motivo principale per cui non l’ho mai voluto cambiare.
Un programma innovativo, che già dalla prima versione nonostante il limiti nel gestire il flusso in tempo reale contenuti con alte risoluzioni e del segnale di uscita ha sempre avuto grandi capacità di controllo, effetti e sistemi riproduzione unici che consentivano di raggiungere già alti livelli di elaborazione, e fin dall’inizio è sempre stato un programma eccezionale, innovativo e all’avanguardia per cui è stato progettato, realizzare performance live di vj-ing in real-time.
Esistevano ed esistono altri software per l’arte del visual, ma il Resolume, a mio parere li ha sempre superati tutti, sia per professionalità che praticità d’uso, e se pur con delle limitazioni, già agli albori dell’era digitale, era in grado, chi lo avesse usato con competenza, intelligenza e creatività, di offrire quello che nessun altro software in circolazione poteva consentire di fare allo stesso modo ed in particolare nel realizzare performance in tempo reale professionali.
Ho potuto lavorare con Resolume per quasi vent’anni e posso testimoniare quanti passi da gigante siano stati fatti nel miglioramento di un programma che nelle ultime versioni che ho potuto sperimentare fino al 2020 ha acquisito sempre nuove possibilità di gestione dei parametri e d’interazione con alcune modalità perfino generative che prima sarebbero state addirittura impensabili. Un software che è stato costantemente aggiornato seguendo le reali esigenze, di chi come me lo ha utilizzato sempre in modo professionale e testato sul campo, un fatto non sempre è praticato dagli sviluppatori dei programmi che hanno garantito nel tempo con modifiche funzionali il raggiungimento di quella fluidità di lavoro imprescindibile nella realizzazione di una performance visual in tempo reale.
Un programma che mi ha permesso di scoprire un altro modo di esprimere il linguaggio visivo che grazie all’interfaccia di controllo midi oltre con la quale mi sono potuto davvero divertire, mi ha aiutato in modo quasi insostituibile a realizzare performance visual fino a diventare un professionista di un arte unica, il vj-ing, che mi ha regalato grandi soddisfazione artistiche. Quindi non posso che dire, grazie Resolume ; ) https://www.resolume.com

Mi auguro infine che questa recensione involontaria, che non vuole essere certo un invito ad acquistare un programma ma è un modo spontaneo di raccontare come ho potuto sfruttarne le possibilità per esprimere il mio percorso di visual artist in una lunga attività professionale, possa essere considerato come un ringraziamento a chi ha avuto l’idea di inventarlo, e se mai qualche aspirante vj, dovesse imbattersi nella lettura di questo articolo, possa trarre qualche forma d’insegnamento dall’esperienza personale nell’arte del vj-ing che ho voluto condividere, prima ancora di decidere se provarlo.

Concludendo questo paragrafo, ci tengo a sottolineare che, al di là delle innovazioni che in qualunque altra forma di tecnologia si possano provare, e che in futuro apporteranno sempre nuovi modi di praticare l’arte del vj-ing, e proprio adesso che ci troviamo ad affrontare i limiti e gli interrogativi posti dall’uso dell’intelligenza artificiale, niente, secondo il mio modesto parere personale, potrà mai cambiare il principio di un’espressione artistica, che dovrebbe essere sempre quello di riuscire a comunicare qualcosa di autentico, di unico e di personale.
E anche in questo caso, quindi, la riuscita di una performance visual non sta tanto nella possibilità di usare effetti o software di ultima generazione, quanto piuttosto nella capacità personale della persona, visual artist, vj che sia, di riuscire a comunicare innanzitutto un significato, che possa esprimersi attraverso qualcosa di originale, in grado di aggiungere una riflessione e un sentimento che nasca innanzitutto dalla vita reale. Un’obbiettivo certamente non facile da perseguire ma che sicuramente non si può raggiungere con nessuno strumento digitale si abbia disposizione, che certo può aiutare, ma che per quanto sia innovativo, aggiornato o performante, non potrà mai sostituire la consapevolezza personale nella costruzione di un racconto personale. La condizione necessaria per comunicare con l’arte del vj-ing è quella di costruirsi un’identità artistica, che permetta di esprimersi anche in un linguaggio d’arte estemporaneo con una forma che trasmetta un pensiero, e per farlo, in modo autentico, non servono né funzioni né opzioni, non basta provare ad imitare i maestri del vj-ing, ci vuole un lavoro di ricerca, acquisire una competenza, svilupparla nella pratica, occorre impegno e determinazione, ma prima di tutto, serve portare in scena un progetto che parli attraverso il proprio vissuto, ed è qualcosa che non si può spiegare con un testo.


Comunicare nel riflesso di un sentimento

A raccontare questa storia oggi che siamo in un era ormai digitale dove tutto è interconnesso sembra quasi anacronistico mentre quando ho iniziato il percorso artistico di Visual Artist questa possibilità di interazione tra un controllo manuale, utilizzando addirittura una tastiera musicale per il controllo dei video, era un fatto innovativo e pionieristico, un occasione di sperimentare nuovi linguaggi artistici in scena e dove nasceva quel significato che ho sempre attribuito all’arte di praticare il vj-ing che si esercita anche nel dare quell’impronta manuale, quel sentimento umano, quel sentire fisico che si prova nel creare, con l’intento di trasferire anche in un set digitale, nel modo di lavorare nella consolle video, quel riflesso emotivo proprio della sensibilità umana, e sperando che arrivi fin al pubblico attraverso gli schermi, possa comunicare qualcosa di vero e non solo la copia di un emozione digitale.

E se con lo sviluppo dei software e delle interfacce midi e i mixer digitali di nuova generazione si sono incrementate le possibilità di d’interazione che hanno dato maggiore spazio alla creatività e hanno permesso anche nel mondo della Visual Art di lavorare con maggiore velocità ed ancora più in tempo reale così da entrare in modo ancora più diretto in relazione con la musica ed esprimere così attraverso vere e proprie performance estemporanee, rimane comunque il fatto che la fantasia è una prerogativa dell’intelligenza umana e non di quella artificiale, e dunque condizione necessaria anche nell’arte del vj-ing per creare qualcosa di originale e personale, qualcosa che ho imparato fin dall’inizio e che non ho mai abbandonato.
Concludendo per essere un Visual artist non serve soltanto usare software o tecnologie ma è indispensabile prima di tutto saper utilizzare questi strumenti tecnologici come estensioni del proprio corpo, e trasmettere attraverso queste una parte reale della propria sensibilità, per riuscire ad instaurare nel dialogo artistico con le altre discipline sceniche qualcosa di vero ed autentico che possa riuscire a far sentir al pubblico emozioni sincere e che, in una sorta di montaggio visivo continuo, riesca a raccontare un sentimento con il riflesso di emozioni che siano il risultato di un processo creativo non virtuale e che nasce da una persona.


Arte e tecnologia, inutili
senza consapevolezza

Credo prima di tutto che per riuscire ad usare la vera potenzialità dei software sia necessario oltre all’esperienza nell’uso dello strumento prima di tutto conoscere i princìpi fondamentali di cosa comporta creare un messaggio visivo in tempo reale che si porta sulla scena di fronte al pubblico in club o festival.
La difficoltà di usare uno software per il vj-ing sta proprio nel tipo di un utilizzo sbagliato che si possa fare delle sue funzionalità, che è sempre in agguato dietro l’angolo, se non si ha un idea che ha un senso compiuto o si capisce prima cosa vuol dire creare un racconto visivo, si può rischiare di ottenere immagini caotiche, e utilizzando effetti e grafiche in modo compulsivo si finisce per creare un set inutile povero di significato. Anche se si dispone di strumenti tecnologici di ultima generazione e all’avanguardia il vero problema è che senza avere una conoscenza del linguaggio delle immagine si rischia di creare qualcosa che non hanno niente da comunicare e che appare come un agglomerato confuso e disordinato di video sovrapposti che non ha nulla da raccontare anche nel linguaggio più strano perché del tutto sterile dal punto di vista comunicativo. Come in ogni programma, senza la giusta consapevolezza di ciò che quest’ultimo controlla di un contenuto, non si crea niente di buono, perchè effettare non significa creare, anzi anche nell’arte visual, vale il discorso contrario, dove per ottenere qualcosa di veramente creativo è necessario spesso togliere anziché aggiungere.

Per creare una performance visual che possa coinvolgere il pubblico, occorre dunque innanzitutto avere stile e gusto nello scegliere le clip come sa bene ogni dj professionista, che sceglie accuratamente i dischi mandare secondo una scaletta per creare l’atmosfera giusta e così anche il visual artist, se pur con qualche differenza, costruisce un racconto che accompagna lo sguardo verso una suggestione visiva. Saper individuare il momento perfetto per mandare un contenuto visual diventa una scelta essenziale per valorizzare la percezione del video, una capacità che si acquisisce nel tempo e con l’esperienza che richiede di saper ascoltare la musica nel tentativo costante prevedere ed anticipare l’evolversi di un set nella visione scenica d’insieme.
E in molti casi, per seguire alla perfezione, in tempo reale, stacco dopo stacco, le acrobazie musicali dei dj internazionali di grande talento e seguire la musica con un racconto visivo all’altezza occorre competenza, manualità e senso del ritmo, in altre parole, come ho cercato di raccontare sopra imparare a suonare con le immagini. In questo processo di costruzione del racconto, basandosi anche sull’improvvisazione servono idee, consapevolezza e abilità nel saper costruire un montaggio estemporaneo che possa assomigliare il più possibile al montaggio video di un videoclip creato in tempo reale.

Grazie agli strumenti digitali che si prestano a processi di elaborazione associati al controllo e alla gestione delle clip in tempo reale e utilizzando, tra le infinite combinazioni possibili soltanto gli effetti necessari e funzionali alla trasformazione dell’immagine evitando di snaturare la reale percezione di un immagine, si possono creare contenuti unici in modo semplice e minimale.
E così anche creare contenuti in forma di pre-visual in fase di montaggio video che racchiudano in sé una propria struttura semantica in modo che possano ricomporsi ed assumere ogni volta, come parole di un linguaggio, nuovi significati diventa un modo di usare l’arte visual che consente così ad un videomaker di esprimere una personale visione d’autore.
E per farlo serve avere una visione d’insieme che nasce da un pensiero, da un idea, e anche quando la performance visual, in un passaggio di quel procedere in scena, si sofferma per pochi istanti sull’elaborazione grafica e l’animazione di una foto, immagina nuovi percorsi da seguire, come in ogni altra forma di narrazione visiva, mantiene la consapevolezza di ciò che intende raccontare e cerca di esprimere un emozione che è parte di un unico linguaggio e di una visione complessiva.


Conoscere l’arte visiva
per umanizzare il digitale

L’occhio per quanto vorace di immagini e quasi insaziabile, ha le sue regole, e la mente che è in stretta connessione, stimolata da questo input deve essere sollecitata con attenzione. Spesso invece l’eccessivo utilizzo di effetti, variazione di luci, di colori, transizioni o sovrapposizioni che creano modifiche indipendenti e interconnesse tra loro tramite settaggi ed impostazioni di ogni genere che regolano parametri molto diversi che sono nel programma, tanto da poter modificare così profondamente le trame di un immagine, da poterla snaturare sia nella percezione ottica che concettuale rovinandone il senso e creando solo confusione.

Di contro utilizzando contenuti autoriali di cui abbiamo curato il montaggio, che consociamo dunque, passo dopo passo, stacco dopo stacco, nell’evoluzione cinematografica, specie se costruiti ad hoc per quel progetto visual, allora in quel caso con quel controllo attento dei controlli fondamentali offerti dal software, specie quelli manuali, sapientemente gestiti con cura anche con piccoli movimenti del mouse da fare con le proprie dita delle mani, oppure avvalendosi delle possibilità di tasti, fader, knobs, pulsanti di un controller midi, si possono creare immagini straordinarie a volte persino inaspettate.

Nell’arte visual non è questione di riuscire ad usare un software per la perfromance in tempo reale se non si ha una conoscenza della fotografia e del montaggio, della composizione scenica delle inquadrature e più in generale dell’uso del inguaggio visivo, così come senza conoscere le basi della musica, riconoscere il tempo di un ritmo, il colore di una melodie, la differenza tra le differenti sonorità è impossibile riuscire a creare qualcosa di professionale.
Senza avere coscienza del perché si esegue un aperfromance visual crolla il concetto stesso di arte del vj-ing e si genera immagini caotiche senza senso. In altre parole, per poter utilizzare questo potente strumento per l’arte visiva, serve avere consapevolezza prima di tutto nel seguire una linea di pensiero che si muove verso la ricerca e la realizzazione di contenuti che siano la logica espressione di un messaggio, pensati in virtù delle ragioni che intendono comunicare, che per quanto suggestivi, digitali, criptici o elaborati dovrebbero sempre essere frutto di un sentimento di un emozione di una riflessione da trasmettere al pubblico

Vibra Face – Visual by N.E.T.O. 2004 – Track: “Film” by Aphex Twin
Simply created from a portrait of a model.
(This is NOT a visual performance – Music is not synchronized)

Ogni software digitale è concepito in modo neutrale e deve essere in qualche modo umanizzato, reso vicino alla vita reale, e questo può avvenire soltanto se all’uso che se ne riesce a fare si aggiunge anche la propria interpretazione creando o gestendo i contenuti in modo che rispecchino un vero sentimento personale.
E così anche nella performance in tempo reale, per seguire l’andamento musicale non serve tanto utilizzare forme di automazione e sincronizzazione perché per quanto comode o performanti spesso risultano noiose e prevedibili, asettiche, piuttosto serve utilizzare i diversi controlli midi con una certa manualità personale ad accompagnare con senso della musica per dare quel tocco di sensibilità che solo un essere umano è in grado di comunicare e che in ogni epoca, anche quella odierna ormai iper digitale, rimane il cuore di ogni tipo di rappresentazione scenica, artistica e culturale, l’unica in grado di cambiare profondamente il modo stesso di comunicare, anche nell’arte visual.


Lavorare in sintonia con il light jay
tra buio e luce, pause e musica

Praticare l’arte del light-jay significa saper controllare le luci e seguire l’andamento musicale con i giusti cambiamenti di colore, e di atmosfera, interagendo continuamente nel realizzare, stacco per stacco, atmosfere luminose in grado di coinvolgere il pubblico in pista seguendo lo sviluppo musicale di un dj-set proposto dall’artista. Come l‘arte del vj-ing richiede conoscenza della musica, del ritmo, ed è un lavoro che si esercita riuscendo a prevedere in anticipo le “pause” musicali, quei momenti dove la cassa del beat si sospende, ed in cui è necessario lasciare la pista al buio totale, o quasi, nella quale, staccando tutte le luci, per brevi o lunghi istanti, in modo sincronizzato con il dj-set, cosa che si può fare solo se si lavorare con l’improvvisazione manuale, si crea quella pausa di sospensione, che lascia il pubblico in una sensazione di suspense e di incertezza, che può durare secondi a volte minuti, in totale attesa della ripartenza del set. E quando la musica riparte, nell’istante in cui tutto si riaccende, anche il dancefloor riparte, insieme alla musica e con quel cambio di luce, la strobo, il colore, con una semplice cambio di frequenza e di velocità, come in teatro, si esprime con tutta la forza del light jay, del tecnico luci, del light designer ed è per questo che insieme al Vj-ing sono due arti complementari che devono lavorare in sinergia tra loro nell’interpretare con le luci e visual più adatte le diverse sonorità musicali.
Per capire la responsabilità che si ha nel gestire un vj-set davanti al pubblico di una sala dobbiamo pensare ad una professione che esiste da molti anni che è quella del Light-Jay o Light-Desingner, una figura professionale la cui importanza viene spesso sottovalutata ed il cui compito è essenziale. In una discoteca il light-jay è colui che gestisce le luci e il suo lavoro sul palco non ha nulla di meno importante di quella di un dj. Si pensa spesso che le luci si comandino in modo automatico ma questo è vero solo in parte. Un light-jay degno di tale nome sa infatti che per svolgere questa mansione con la serietà e l’attenzione necessaria bisogna realizzare la maggior parte dei cambi luce manualmente, creando le pause di buio e le variazioni di colore, e la scelta tra i differenti impianti di illuminazione delle luci stroboscopiche o delle teste mobili, seguendo esclusivamente le proprie capacità di andare a tempo con la musica. E se per fare il light-jay è fondamentale necessario avere una grande conoscenza della musica e anticipare sempre e costantemente di qualche millisecondo le intenzioni di un dj, non solo è quindi essenziale conoscere la musica, elettronica, dance rock che sia, in modo da poter seguire costantemente ed in modo appropriato ogni singolo passaggio dello show di un artista, ma per farlo spesso è necessario saper improvvisare, e l’arte dell’improvvisazione non è una cosa che si impara senza avere una certa esperienza.

Ogni volta che mixiamo scenari differenti scopriamo nuovi parametri di dialogo tra gli elementi, non solo basati sul beat o l’aiuto di un bravo light-jay, ma sopra immagini che diventano veri e propri attori presenti alla scena è sempre un emozione sperimentare linguaggi nuovi, anche interdisciplinari e spesso imprevedibili, avendo l’opportunità di lavorare a fianco artisti di fama internazionale perché si viene ispirati, letteralmente, alla creatività, a volte si trova quasi un modo di suonare tutti insieme!

Baga Light-Jay, this time as a dj @ Tenax 2019

Quando si trova la sintonia giusta tra il vj e il light-jay, figure per certi versi ritenute minori che appartengono ormai ad un altra epoca e lasciate spesso fuori dai riflettori, e che sono invece fondamentali nel dialogo con i djs in scena riuscendo a lavorare in sincronia perfetta, spesso senza bisogno di dirsi una parola, e tra i pochi, a saper trasformare le emozioni che arrivano dalla musica e tradurle in luci ed immagini, ad intuire il modo per amplificarle nella forma di uno spettacolo sulla pista, perché sono i primi a viverle, e condividendole con la loro espressività partecipano attivamente alla riuscita di una serata, quello è il momento in cui si riesce a raggiungere quel climax inaspettato, tanto atteso e così ricercato, che mentre meraviglia perfino loro stessi, stupisce tutti!
Il vj-ing e light jay-ing sono due arti che cercano un dialogo complementare con la musica che possa valorizzare l’espressione artistica degli artisti in scena, siano djs, cantanti, musicisti o ballerini, e che attraverso la performance visual e lo spettacolo luminoso, in una continua e reciproca scoperta riescono a creare suggestioni e riflessioni nella danza tra immagini, luci e musica, ampliando la visione della mente, pausa dopo pausa, stacco dopo stacco, un passo alla volta, provano a ridisegnare, l’immaginario collettivo del dance-floor.


Responsabilità
del messaggio

Fare visual e svolgere l’arte del vj-ing é in qualche modo ed allo stesso modo come gestire le luci di uno spettacolo o di una sala da ballo, se lo si fa in modo automatico, senza cuore ne pensiero, il risultato è una sequenza ripetitiva, ossessiva, scombinata di giochi di luce e di colore, se invece si segue una linea di pensiero che dialoghi costantemente con la musica e con la performance sul palco, con molta attenzione e precisione negli stacchi in modo coerente in qualche modo con la drammaturgia dell’evento si possono creare nello spazio illuminato dalle luci e dai video delle vere proprie atmosfere in cui lo spazio scenografico viene costruito e allestito secondo uno schema in armonia con la musica che riesce a coinvolgere il pubblico in modo veramente profondo. Quando si fa del vj-ing, inoltre, dato che i video oltre a invadere la scena con luce e colore, possiedono al loro interno un contenuto, fatto di immagini e figure in movimento, queste si trasformano in elementi scenici, aggiungendo visioni prospettiche ed ottiche dove ogni elemento è in grado di provocare la percezione di elementi più complessi. Le possibilità espressive di un set di visual all’interno di una performance musicale se realizzate con cura e competenza possono amplificare notevolmente la fruizione di un contenuto musicale in un modo simile a quello che si ha nel passaggio dalla fotografia considerata statica ad un film fatto di fotografia in movimento ed accompagnato dalla musica.


Sensibilità
del dance-floor

Dancing Head – Visual by N.E.T.O. @Bright Festival – Firenze 2019
photo by Orlando Caponetto

Una delle condizioni necessarie per praticare l’arte del vj-ing che è più di una buona pratica, piuttosto una responsabilità che sta proprio nel doversi ricordare in ogni momento che nella creazione di un set di visual che invade la scena con grandi schermi che arrivano agli occhi e alla mente delle persone, il pubblico, spettatori che possono essere un numero limitato o composto da migliaia di persone, possono ricevere avere un forte impatto visivo che non è solo percettivo ma può essere anche emotivo ed in particolare, in alcune circostanze o ambiti dove il grado di alterazione fisica e mentale, può causare un ipersensibilità innata o indotta, di fronte alle immagini che si guardano che può davvero influenzare coscienza e subconscio.
Per questa ragione è fondamentale sempre tenere conto di questo quando si crea, costruisce o sceglie un contenuto da mandare e così anche della durata in cui si sceglie di usare, immaginare messaggi ed elementi scenici che siano adeguati e rispettare la sensibilità e la vita delle persone significa non soltanto avere consapevolezza che la performance visual è al pari delle immagini di un autore, un messaggio che si comunica, per quanto astratto e indefinito, ha una sua influenza, spesso imprevedibile, sullo stato d’animo delle persone, che non deve essere sottovalutata perché può non essere la stessa in ciascuno delle persone:
Per questo motivo, i contenuti visual dovrebbero essere sempre creati, prodotti, mandati in modo competente in primo luogo certamente per non danneggiare la vista delle persone ma anche e soprattutto nel rispetto della mente di quello che è sempre uno spettatore, passivo, che non può essere aggredito o colpito, con immagini negative, volente o di cattivo gusto, e per evitare di farlo dobbiamo essere consapevoli dei messaggi che questa forma di linguaggio visivo ha come le altre, nel potere del comunicare agli altri e dove il significato di una clip può avere un valore positivo, interessante, coinvolgente, ma che potrebbe essere anche dannoso.


Stazione Leopolda – Lightshow @Bright Festival Firenze 2019
photo by Orlando Caponetto

La ragione per cui una performance video non deve avere un valore meramente estetico, se pur importante, é infatti quella di considerare che ogni messaggio che avviene tramite forma ed immagini arriva immediatamente agli occhi, come la musica che si ascolta può dare fastidio agli orecchi, non solo per volume ma anche per la sua intrinseca vorticosa ripetitività lo stesso può accadere con le immagini dei visual in scena, è quindi necessario essere in grado di dare una forma che abbia un certo grado di comprensibilità anche alla vista umana, che non risulti essere troppo “psichedelica”, come il tunnel virtuale in 3d senza alcun senso, e dove l’immagini, se pur astratta come un frattale o un semplice gioco di luci stroboscopiche abbia una logica, uno stile, un senso e non sia necessariamente un modo di ipnotizzare lo spettatore e anche quando non riesca ad esprimere un significato di facile comprensione che almeno possa essere capace di non danneggiare la fruizione con inutile vuoto artistico e forse l’unico modo far questo è creare contenuti in modo sensato che sia il più possibile ragionato. In conclusione, quando si realizza una performance di VJ-ing, occorre avere sempre un certo senso di responsabilità e di rispetto delle immagini con le quali si intende comunicare, perché esse possono assumere un valore davvero molto amplificato quando sono proiettate su grandi schermi ed in particolare all’interno di uno spazio pubblico, alla presenza di potenziali e spettatori la cui unicità va sempre rispettata, ed è importante considerare il peso specifico che un soggetto può avere, una volta che occuperà la scena visiva su larga scala, e di cosa quel messaggio potrebbe trasmettere al pubblico, quando oltre ad ascoltare la musica degli artisti in scena, quest’ultimo assisterà al contenuto espresso da immagini proposte da un vj, il quale, anche in una banale performance, sta praticando una forma di comunicazione visual. 


Professionalità e stile espressivo

La realizzazione di un Vj-set che sia degno di tale nome, è il frutto un processo creativo personale e soggettivo dove ogni passaggio del processo creativo deve avere un stile espressivo, ogni scelta, dalle riprese delle scene, alla modifica delle immagini, si deve passare innanzitutto per la conoscenza del valore di un immagine e dei suoi possibili significati.
Una consapevolezza che si dovrebbe avere fin dalla realizzazione delle riprese e portare con nella lavorazione delle clip durante il montaggio video e nella padronanza di ciò che si vuole ottenere continuare fino alla gestione di parametri ed effetti usati durante le performance live. Durante le innumerevoli occasioni in cui mi sono trovato ad utilizzare i contenuti tramite software ho avuto tante occasioni di verifica su come, una volta in output sulla scena, quelle immagini potevano risultare più o meno convincenti, adatte, appropriate a quel particolare luogo, evento, circostanza cercando in ogni occasione di avere l’accortezza e l’intelligenza di capire se usare o meno una clip, trovare il momento giusto eventualmente per modificarla, migliorarla, anche adattando o animando la grafica di un logo sul palco controllandone il risultato poco prima dell’inizio di una serata. (vedi video)

Grazie alle possibilità del software mantenendo sempre alto il grado di creatività per riadattare ogni volta un contenuto alla specificità del set musicale e dello spazio scenico e contestuale cercando in ogni occasione di esprimere secondo uno stile personale una parte del percorso d’autore e anche quando e anche quando ho deciso di utilizzare contenuti più datati che ho rivisto e corretto in veste nuova e più contemporanee alla scena del momento ho sempre lavorato con coerenza, continuando a rispettarne i significati e mantenendo fede alle intenzioni con cui erano stati creati, anche se li avevo pensati e realizzati molti anni prima.


Contenuti anonimi
che portano alla noia

Nel corso del tempo, in seguito alle esperienze maturate in ambito fotografico e riprese video ed in particolare del montaggio video, ho imparato a capire che per praticare l’arte del vj-ing, in modo altrettanto serio e professionale, è necessario utilizzare contenuti originali, personali, vissuti come opere artistiche anziché contenuti che possono essere acquistati da chiunque senza offrire nessun contributo alla performance che nasca da un processo creativo d’autore.
E anche quando si sia costretti per qualche ragione professionale a non poter usare i proprio contenuti si deve ricordare che creare visual significa cercare di dare una propria interpretazione con l’approccio manuale, in tempo reale, per questo non si deve dimenticare che è possibile esprimere il proprio stile personale e cercare di trasmettere in parte qualcosa di originale anche lavorando su contenuti di altri che non ci rappresentano come stile, grafica e significato espressivo.
In ogni caso fare attenzione ad intervenire sulle clip in modo pulito e lineare al fine di evitare un uso sconsiderato ed eccessivo di effetti, senza per forza eccedere nell’uso delle possibilità offerte dal software, evitando di creare immagini inutilmente confuse. Purtroppo non sempre si riesce a seguire uno stile se ci vengono imposte loghi e grafiche non di nostra creazione ma rispettare il significato espressivo del proprio lavoro significa anche preoccuparsi di difendere quello che s’intende comunicare quando si utilizza quest’arte.

Ad oggi, purtroppo, sono molti che non seguono alcun percorso di approfondimento artistico e non pensano di voler comunicare qualcosa, utilizzano fantasia o creatività nel costruire visual d’autore, e si limitano a realizzare vj-set pensando che per farlo sia sufficiente usare clip sempre più high-tech a cui aggiungere solamente qualche effetto con un software e che sia un semplice modo di stupire il pubblico senza proporre alcunché di artistico o di originale.

Sui maxi led-wall dei palchi di tutto il mondo, perfino in televisione, salvo rari casi, ormai vengono mostrati contenuti visual insignificanti, anonimi e ripetitivi, vuoti di significati che utilizzano immagini standardizzate, ormai commercializzate e che vengono acquistate dagli stessi pacchetti in vendita online che appaiono per questo motivo, tutte uguali tra loro, e che per quanto possano essere elaborate o sofisticate, iper digitali e di grande effetto, a mio parere modesto parere, sembrano essere sterili e senza una reale capacità comunicativa sia per mancanza di originalità ormai quasi inesistente, e che hanno come risultato quello di annoiare l’occhio e la mente dello spettatore che finisce inesorabilmente per guardare altrove. Questo modo di fare visual che gioca banalmente con il software, un po’ come si farebbe con un videogioco, tanto per divertirsi e che è tutto da considerare fuorché come l’arte del vj-ing, una pratica a cui ho dedicato tempo, energie, passione e spirito di osservazione critica e che ho sempre tenacemente cercato di svolgere nel rispettare della mia attività professionale e dove la stesa figura artistica del vj, con la V maiuscola ha finito per perdere d’importanza si è dissolta in un contesto dove insieme all’attenzione nei confronti del valore dell’immagine che si è smarrita come è successo a molte delle arti visive, a partire dall’arte della fotografia che sempre più si è svuotata del significato da cui era nata, raccontare, comunicare, emozionare, far riflette, e dove il contenuto visivo, sempre più inflazionato dalla sua sovrapproduzione, ha cambiato la sua natura originaria, anche il visual d’autore perdendosi nel mare digitale, una volta che è svanito l’effetto novità, in un epoca cieca e anestetizzata dalla subcultura del fake, ha perso la sua opportunità di continuare ad esprimere con una diversa orma espressiva che un messaggio, una riflessione visiva, che per quanto fantasiosa era stata in grado di coinvolgere lo spettatore e suggestionare l’animo verso qualcosa di creativo, originale e significativo, un impresa che oggi sembra essere impossibile dopo la perdita della ragione per cui era inizialmente nata e cresciuta l’arte del visual.


Il senso del visual autoriale
che svanisce

N.E.T.O. VISUAL @ Tenax 2018

Fin dall’inizio ho sempre creduto che il contenuto dei mei visual doveva essere il risultato di un lavoro d’autore, non certo per presunzione ma per l’esigenza che ho mostrare una parte del mio lavoro artistico di videomaker. Quando ho iniziato a realizzare video per i visual, in molti preferivano usare materiale footage scaricato online e anche se Youtube ancora non esisteva, erano disponibili archivi digitali alcuni nati proprio per il vj-ing che raccoglievano materiali realizzati da artisti graphic designer, semplici amatori, database che negli anni è divenuto un vero mercato di clip e che oggi permette a chiunque di acquistare molti contenuti digitali, per lo più fatti di elementi grafici tridimensionali e spesso con una qualità artistica bassa ripetitivo ed asettica, in altre parole vuoti di significato e di elementi della vita reale, si tratta principalmente di visual commerciali. Purtroppo posso dire che si vedono oggi moltissimi contenuti che si ripetono di festival in clubs che nascono proprio da queste clip, che pur essendo a volte di grande impatto visivo, per il fatto di essere omologate, frutto di un unico stile e tipologia, si assomigliano tra loro o diventano anonimi quanto gli stessi utenti che li acquistano e li usano senza alcuna orignialità.

Essendo prima ancora un videomaker che un Visual Artist, sono sempre stato fermamente convinto che per il mio set visual dovessi proporre sempre e in ogni caso la maggior parte possibile di visual che fossero frutto del mio lavoro personale e salvo alcuni casi quelli che ho mandato in scena, ero l’unico ad averli creati.
Una scelta che ho sempre rivendicato orgogliosamente come un tratto distintivo del mio lavoro di visual artist e che mi ha permesso di realizzare performance che non potevano essere replicate da nessuno nei contenuti o e nella quale mi sono sempre disinteressato di quella spasmodica ricerca nel voler usare ad ogni costo contenuti anonimi, omologati e standardizzati, solo per stupire e quasi ipnotizzare l’immaginario del pubblico, con una serie infinita di inutili figure tridimensionali, mondi virtuali stroboscopici fatte di linee e geometrie a mio parere senza alcun rilievo artistico e soprattutto vuote di significati.
E così nel 2020, quando alla fine di un lungo percorso, dopo che ho fatto di tutto per difendere il valore del visual autoriale, quello realizzato in sala di montaggio a partire da contenuti che filmavo personalmente per preservare il significato espressivo di contenuti unici ed originali e portare sugli schermi di festival, club e discoteche, visioni autentiche nate dal mondo reale, mi sono trovato ad utilizzare in molti casi, sotto la pressione di una tendenza dilagante, contenuti anonimi, per le ragioni che proverò a spiegare nei paragrafi seguenti, che consideravo da sempre lontani anni luce dalla mia cifra stilistica, ho pensato che se avessi continuato avrei rischiato di perdere il senso di quel progetto iniziale sul quale avevo costruito il progetto artistico di visual artist N.E.T.O. ed era giunto il momento di ritirarsi dalla scena. E così è stato.


Composizioni interrotte

N.E.T.O. Visual – Marco Faraone – Tenax
Interruppted compositions : (

Poiché in ogni singola scelta di composizione delle immagini crea una vera e propria inquadratura, essa si esprime come un soggetto che su grandi schermi si amplifica, e così anche il contenuto deve avere un senso compiuto ed essere prima di tutto comprensibile ed intellegibile. Ho sempre pensato che per fare un buon vjset sia necessario utilizzare innanzitutto immagini che abbiano un contenuto espressivo che porti con sé un messaggio. Le immagini non devono solamente stupire, anche se lo spettatore sarà coinvolto in un gioco creativo di immagini forme e grafiche che non hanno una vera e propria sceneggiatura e anche se può mediare con la propria fantasia quello che osserva lo deve trasportare verso un esperienza visiva che rimandi a qualcosa di vero, ovvero deve lasciare un messaggio autentico. Nella realizzazione di un set visual che sia degno di nome è necessario quindi comprendere il forte impatto che le immagini hanno sulle persone, e che esse possono comunicare anche attraverso la luce e l’atmosfera ottenuta dalle loro elaborazioni. Rendere significativo il loro contenuto, in modo che arrivi alla mente dello spettatore senza eccedere troppo con innumerevoli effetti serve a realizzare contenuti comprensibili che riflettano un idea anche semplice e minimale ma che sia in grado di comunicare un pensiero più profondo di un semplice flash visivo o fuoco d’artificio.

N.E.T.O. Visual – Luca Donzelli@Tenax 2019
Interruppted compositions : (

Riflessione sulla fine
del visual d’autore

Nel mio percorso di Visual Artist con il progetto Berlin Mitte Viusal e N.E.T.O. ho sempre cercato per quanto fosse possibile di utilizzare contenuti visual creati da immagini filmate e montate personalmente spesso ideate esplicitamente per alcuni dj-set di artisti internazionali o dedicate a eventi speciali come showcase di etichette discografiche, cercando di esprimere in ogni diversa occasione il mio stile personale e di rispettare la forma espressiva delle mie visioni d’autore.
Fino alle ultime performance visual che ho realizzato al Tenax di Firenze ho lavorato con contenuti nati da un particolare progetto come autore e creati sempre con l’obbiettivo attraverso qualcosa di originale di indurre il pubblico a sognare, immaginare e riflettere sul mondo reale, cercando di trovare un linguaggio visual che non servisse soltanto ad incantare o stupire ma riuscisse comunicare qualcosa di autentico.
E anche se in certi contesti cercare di portare il pubblico a pensare, potrebbe persino sembrare un utopia e impossibile da riuscire a fare e in molti degli ambienti non sempre c’è la consapevolezza necessaria nel capire il significato espresso di contenuti d’autore, e in una scena contemporanea profondamente mutata, anche il ruolo del vj, sembra ormai destinato a diventare una figura accessoria e non più come elemento complementare al racconto musicale nel dare un contributo artistico alla riuscita di una serata, appare un arte in via d’estinzione, nonostante fino all’ultima serata in cui ho lavorato questo ho sempre cercato di non mollare senza cedere quasi in nessuna occasione per difendere con coraggio e passione, il valore dei contenuti d’autore, lavorando con spirito di abnegazione impegno e massima attenzione, continuando fino all’ultimo set visual a credere nel valore della comunicazione e nel rispetto delle persone del lavoro come artista ed esprimere con coerenza il senso di un progetto creato vent’anni prima. Ho lavorato innanzitutto nel rispetto della musica degli artisti che ho avuto l’opportunità di seguire con il mio lavoro sul palco e in consolle, collaborando sempre con tutte le maestranze, e naturalmente verso il pubblico con il quale ho cercato di comunicare sincero e autentico.
Per questo dopo molti anni di attività nell’arte visual che hanno attraversato quasi due generazioni nonostante queste riflessioni potrebbero sembrare a tratti quasi velati dalla nostalgia dei tempi andati, e che forse per l’aspetto musicale in parte lo possono essere, credo che in tutti i casi, il cambio di un epoca, si debba sempre accettare con consapevolezza e non con un senso di rassegnazione. Per questo sapendo quanto tempo energia, passione impegno e determinazione ho dedicato a portare avanti il mio progetto N.E.T:O. penso di potermi ritenere soddisfatto del lavoro che ho fatto fin qui, perché so che ci ho messo il cuore, portando avanti il valore ed il significato di un arte, quella del VJ-ing, oggi quasi a rischio di scomparire, e con la consapevolezza di aver cercato di far divertire, stupire, riflettere, con l’idea forse a volte un po’ utopistica di proporre sempre qualcosa di nuovo, di magico e di interessante da osservare, lavorando in modo onesto, mantenendo ed esprimendo così la mia personale visione d’autore che la rende e la renderà sempre una fantastica avventura nel mondo del visual ; )

Negli ultimi anni in una scena totalmente cambiata e dove l’intero sistema di promozione degli eventi improntata al business ospita ormai presunti artisti in grado di portare in scena soltanto visual omologati e ormai privi di originalità, che hanno finito per sminuire il valore della espressività artistica e l’importanza di un linguaggio visivo estemporanea che nei primi anni in cui ho iniziato l’arte del vj-ing con professionalità ed autentica passione era ancora una forma d’arte riconosciuta, dove creare visual d’autore era d’obbligo per comunicare in modo autentico, ha finito per perdere così la sua funzione originaria, e in una generale mancanza di visione artistica il ruolo del vj è stato progressivamente ridotto a “semplice” tecnico video, o poco più.
Credo di poter dire che uno dei motivi per cui mi sono meritato il rispetto e la considerazione degli addetti ai lavori e dei grandi artisti (dj) per i quali ho lavorato sul palco con le performance visual, soprattutto nei primi anni, quando ancora questa consapevolezza era presente nella cultura undergorund di tutti, sia da ricondurre prima di tutto all’autenticità del contributo artistico che ho saputo trasmettere attraverso i miei contenuti e le mie performance sulla scena perché ho sempre lavorato col cuore nel modo di fare visual che nasce dalla voglia di comunicare un pensiero, senza il quale, anche le mirabolanti tecnologie di oggi non possono servire a granché.
Nell’arte del visual ho sempre cercato di lavorare prima di tutto nel rispetto di me stesso e della mia dignità come autore cercando, nel ricoprire quel ruolo, di mantenere fermo il mio proposito di non dover essere costretto in alcun modo ad abbandonare mai quello spirito di creatività con il quale avevo iniziato e così, mi sono ripromesso che avrei continuato a portare avanti la performance visual finché potevo esprimerla con eguale passione e come un vero linguaggio d’arte e che, se un giorno, non fosse stato più possibile, allora avrei smesso di farlo.

Specal gift by Francesco Falli@Tenax to the role of N.E.T.O Visual ; )
(nothing to do with the football team)

Per realizzare un linguaggio visivo che sia in grado di comunicare un messaggio anche se astratto serve che i visual tra loro abbiano un valore semantico che possa permettere alla mente di chi li guarda di comprendere e riflettere sul significato che si cerca di esprimere.
Il vj-ing si può considerare una vera arte solamente se si pratica con il cuore e con la consapevolezza di introdurre qualcosa di vero e che appartiene alla vita di tutti. Quando si porta in scena il risultato di un progetto artistico nato dalla volontà di trasmettere un significato anche la forma di un linguaggio eclettico come la performance visual diventa comprensibile, e anche immagini rielaborate, perfino criptiche, di un vj-set, possono comunicare con il pubblico evitando che quest’ultimo sia ipnotizzato o attratto soltanto dal gioco di luci e colori, e finire per limitarsi a guardare un vortice di effetti senz’anima che non può certo trasmettere grandi significati.


Un’arte che ha perso valore

Il lavoro del VJ è stato per me un lavoro che ha rappresentato una lunga fase della mia esperienza artistica, un arte straordinaria per la sua capacità di riuscire a stupire innanzitutto me stesso attraverso la sperimentazione di una forma espressiva unica di linguaggio visivo, che ho cercato di condividere e diffondere nella meraviglia di questo stupore proprio perché era in grado di condensare in un solo mezzo comunicativo alcune delle diverse forme che provengono dall’arte dell’immagine, dalla fotografia al video e utilizzare questo mix nell’evoluzione dell’arte digitale. Un lavoro che ha sempre richiesto impegno, serietà, e partecipazione, concentrazione, per cui è necessaria la creatività così come la capacità di saper improvvisare, inventare sul momento, e il cui obbiettivo fin dall’inizio avrebbe sempre dovuto essere quello di cercare di offrire un piano complementare alla musica, aggiungere emozioni in sintonia con quelle create dalle melodie, dalle ritmiche, senza levare spazio all’immaginazione. Oggi tutto questo sembra lentamente essere scomparso e limitarsi ad illuminare il pubblico con forme di luci digitali arrivando ad ipnotizzare le persone, gli occhi e le menti del pubblico con geometrie e figure tridimensionali prive di anima. Se questo è quello che sembra voler il sistema, forse anche a causa di un uso superficiale ed improprio degli strumenti, ad una svalutazione generazionale sull’importanza delle immagini, dell’intero sistema di consapevolezza contemporaneo di fronte ad un era digitale dove la sovrapproduzione di immagini, spesso vuote di significato, sembra condizionare i contenuti degli schermi nei festival di tutto il mondo, anche il VJ appare aver perso la sua funzione originaria nel dare un contributo artistico originale, e nella forsennata rincorsa alla perfetta sincronia con la musica, rischia di perdere la possibilità di continuare a suggerire un idea, un pensiero, un contenuto, che porti con sé qualcosa di reale in grado ancora di umanizzare la scena e condurre lo spettatore verso una esperienza visiva che possa suggerire almeno una riflessione senza risultare banale o addirittura surreale.


La ragione di un ritiro

I visual d’autore che come me hanno usato soltanto pochi altri vj, tra i quali veri e propri artisti pionieri come i berlinesi Pfadfinderei o gli italiani del collettivo O’gino Knauss, figura artistiche ormai di un altra epoca, in parte scomparsi in una nuova scena ormai lontana dall’underground, dominata dalla spettacolarizzazione, anestetizzata dai contenuti visivi inutili di generezioni iper connesse e che ha perso l’attenzione verso il senso compiuto di immagini sono ormai spettatori assenti sempre meno consapevoli del valore della visual art, mi fa ancora oggi credere nel valore di quella scelta che per essere difesa, a volte anche in controcorrente alle tendenze del momento, richiede fatica, impegno e di usare la mente, spesso in controtendenza nel riuscire a realizzare sempre nuovi contenuti autoriali che certamente sarebbe stato più facili acquistare, e che in molti casi, non è stata neppure recepita, compresa né ripagata con ingaggi adeguati e da meriti per un lavoro e un progetto artistico visivo che hanno finito con gli anni per essere sempre meno rispettato e valorizzato.
Per queste ragioni, quando ho compreso quanto sia scesa l’attenzione e il riconoscimento verso un ‘arte che ho sempre praticato con il massimo impegno, a partire dalla realizzaione dei contnuti, portandol in scena con serietà e professionalità per offrire al pubblico performance di un certo livello artistico per dare un significato, all’arte dei visual, quando ho capito che si è trasformata agli occhi degli art director non più come un arte estemporanea e perfromativa divenendo un banale complemento quasi accessorio dello spettacolo in scena che usare contenuti omologati è divenuti ahimè una cosa normale diffusa anche nei maggior eventi e festival, clubs, spettacoli e concerti, quando l’idea stessa su cui si basa il progetto N.E.T.O. NEW EYES TO OBSERVE non avrebbe ricevuto ancora la stessa attenzione che si era meritato, e quando la performance visual e il processo creativo che nato in partenza, nella costruzione di contenuti unici e prodotti personalmente nella mia attività di videomaker ha smesso di essere compresa ed apprezzata perdendo quel valore di originalità d’autore così faticosamente raggiunta e lungo portata avanti, nel 2020 approfittando dello stop causato dall’emergenza pandemica, ho colto l’occasione per fare un altra scelta e ho deciso che l’avrei ritirato dalla scena.

il vj-ing è un processo creativo che si realizza NELLA CREAZIONE DI UN’ATMOSFERA VISIVA
ATTRAVERSO UN DIALOGO DIRETTO CON LA PERFORMANCE MUSICALE E GLI ARTISTI SUL PALCO
IN GRADO DI ESPRIMERE UN PERCORSO ARTISTICO E COMUNICARE QUALCOSA DI AUTENTICO.

PER REALIZZARE UNA PERFORMANCE LIVE DI VJ-ING OCCORRE SAPER COSTRUIRE UN RACCONTO VISIVO,
DARE UNA VISIONE E INTERPRETAZIONE PERSONALE ESPRIMERE SE POSSIBILE UN PERCORSO D’AUTORE

by N.E.T.O.

Conclusione

La musica ha un grande impatto sull’animo delle persone che la ascoltano e così anche le immagini che guardano può avere su di loro una simile e profonda influenza. Non sempre entrambe hanno il giusto spessore per accontentare il bisogno, per così dire, di “nutrimento” del cuore e degli occhi di ciascuno di noi. Per questo motivo penso da sempre che lavorare come Visual Artist sia un ruolo di grande responsabilità, e che non si riduce solo nel creare la sintonia perfetta tra musica e immagini, quanto piuttosto nel riuscire ad utilizzare quest’arte, come un musicista, o se vogliamo, come un direttore d’orchestra, per comunicare emozioni che siano in grado di portare l’attenzione dello spettatore, ad un livello superiore di coinvolgimento, che non sia soltanto quello di osservare o ascoltare passivamente un concerto visivo ma anche e soprattutto che possa suscitare nell’animo e nel cuore delle persone un motivo, una speranza, una riflessione per cui possiamo sempre continuare a sognare.




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