Il soggetto

La fotografia rappresenta per me non solo un punto di vista sulla vita degli esseri presenti sul nostro pianeta ma soprattutto un punto di osservazione e riflessione riguardo ai bisogni e alle necessità di tutti gli esseri che popolano il nostro pianeta, siano donne, uomini, animali o piante.
Attraverso il lavoro di fotografo spero sempre di riuscire a suscitare nel pubblico non solo delle emozioni “esteticamente rincuoranti”, ma anche di provocare delle riflessioni verso certi aspetti della realtà che sempre di più vengono ignorati a causa dell’eccesso di immagini spesso private di significato che continuano ad invadere i nostri occhi ed ingombrare le nostre menti.
Da anni ormai la sovrapproduzione di “immagini”, di autoscatti sterili ed individualistici con un eccesso di post-produzione, sta causando progressivamente un vuoto di comunicazione che stanno riempiendo la società di autocelebrazione dell’individuo, generando soltanto un immenso flusso di dati che attraverso monetizzazione e disinformazione controllata, riduce il valore e il significato in primo luogo dell’esistenza della fotografia nel racconto della vita dell’essere umano e del mondo stesso.
La riproduzione della realtà avviene spesso attraverso l’uso di cliché prestabiliti che seguono sempre di più un principio di omologazione del modo di rappresentarla e quindi anche del nostro pensiero che viene per questo eccessivamente semplificato.
In altre parole stiamo rischiando di perdere, quasi nel silenzio nell’indifferenza generale, uno dei significati primari della fotografia, quello di raccontare la realtà e lasciarsi affascinare o impressionare da questa, comprenderne la sua identità ed imparare a riflettere sul significato della vita stessa acquisendo conoscenza e cultura.
Fotografare, significa secondo il mio modesto parere, cercare di rappresentare non solo la bellezza che affascina i nostri occhi, e che spesso accontenta il nostro ego, ma anche di essere in grado di metterla in relazione con la contraddizione che spesso le vive accanto. Fotografare ciò che è nascosto, non sempre perfetto, raccontare ciò che è emarginato, descriverlo nella sua realtà e nella sua relazione col mondo circostante, per fuggire in questo modo la finzione, il racconto disonesto.

Nel mondo di oggi, tutto sembra poter esser misurato con un valore commerciale, e anche le immagini finiscono per non essere considerate importanti se non “vendibili” come se i soggetti raffigurati non avessero più neanche valore in sè come esseri viventi nel mondo ma dovessero produrre profitto o servire a qualcos’altro. Riappropriarsi della realtà attraverso il linguaggio visivo in cui si racconta la vita dell’uomo, della singola persona, del singolo animale, della singola comunità e perfino del paesaggio, è l’unico modo per riuscire a mantenerne intatta l’identità, e non perdere la nostra ragion d’essere, difendendo non soltanto il valore delle immagini ma anche e soprattutto l’immagine di noi stessi.
La fotografia è un potente mezzo per poter raccontare la bellezza, lo stupore, i sentimenti ma anche per difendere concetti, pensieri, speranze e valori, spesso molto distanti dalla bellezza cosiddetta pura o dal concetto stesso di estetica. Fotografare il mondo, così come vivere la vita, nell’incontro con gli altri, simili e non solo, mi ha insegnato molte cose che mi hanno sorpreso, scoprendo spesso cose attraverso l’obbiettivo che neanche io mi sarei mai immaginato, e spesso anche solamente immaginando di fotografare e senza bisogno di avere un “obbiettivo” se non quello di avere il cuore e la mente predisposti verso l’ascolto dell’altro. 
L’intento del mio lavoro è di riuscire a suscitare un attenzione nella mente dell’osservatore senza obbligare in alcun modo nessuno a vivere una sensazione quanto piuttosto cercando di suggerire una riflessione, un sentimento in grado di generare un pensiero, lasciando che possa osservare il mondo senza mediazioni e capire in fondo la realtà in cui viviamo per comprendere meglio anche noi stessi.

La fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento.

Henri Cartier Bresson
Parco delle sculture – Copenaghen

La fotografia non è solo un modo per immortalare tutto quello che esiste per paura che possa scomparire dalla nostra memoria, rappresentare e ricordare le persone a noi più care, gli amici, i parenti, o descrivere la realtà fuggevole e universale di esseri umani, alberi, fiori, animali ormai sopravvissuti al tempo.
Certo, la vita stessa accade di fronte a noi come in un filmato continuo e la fotografia spesso ne racconta un frammento. Un immagine può rimanere impressa nella memoria collettiva, avere una forte rilevanza politica, sociale, storica, personale o essere l’unica testimonianza di ciò che è stato, raccontare la vita di chi non c’è più, ricordarci luoghi, fatti, momenti, visitati, vissuti, conclusi o che continuano ad esistere. Si scattano fotografie quando si intendono esprimere concetti, sottolineare certi valori, far co-abitare idee diverse e suscitare riflessioni. Essa generalmente è composta da soggetti fatti di materia vivente, e comprendere la composizione di questi “suoi” elementi significa riflettere sulla relazione che esiste tra loro e noi stessi.
Anche se qualcuno sembra ostinarsi nel volerci provare, anche se volessimo, non potremmo mai riuscire a fotografare continuamente la nostra quotidianità, perché altrimenti non avremmo più la possibilità di vivere il tempo della nostra vita. La scelta se è giusto o meno realizzare una fotografia comporta una riflessione in più e spesso questo richiede tempo e attenzione. Purtroppo tutto questo non viene fatto dalla maggior parte delle persone e spesso anche degli stessi fotografi.
Scattare fotografie ci richiede di prendere coscienza e avere maggior senso di responsabilità nella scelta del soggetto che vogliamo ritrarre e del momento appropriato, perché questo ci consente di “raccontare” oggi e un domani, non solo ciò che raffigurano ma anche e soprattutto quello che sentiamo come persone.
Le fotografie anche se forse non sempre ce ne accorgiamo spesso rappresentano un parte dei nostri pensieri, delle emozioni, comprese le contraddizioni e raccontano, in altre parole, anche la nostra stessa identità come persone.

Chiesa di Sant’Anna di Stazzema

Fotografare non deve essere un bisogno di espressione esclusivamente personale o narcisistico, dovrebbe nascere da un processo dinamico e dialogante col soggetto che guarderà la fotografia, un modo per condividere un pensiero, un concetto, un idea, riuscendo a comunicare un interpretazione immediata e prevedere quella futura.E’ necessario che l’occhio umano impari a preservare il numero delle immagini che ha a disposizione da vedere nel corso di una vita. Insomma non possiamo produrre inconsciamente infiniti rullini digitali fatti di immagini che non sono altro che istantanee estemporanee del nostro vissuto e poi affidarci ad un algoritmo che scelga per noi ciò che dobbiamo vedere. La libertà consiste non soltanto nel poter scegliere cosa vediamo ma anche di poter scegliere quello che non vogliamo vedere.
Non possiamo accontentarci di una realtà filtrata, riprodotta attraverso immagini di basso contenuto e significato, dobbiamo uscire da questa mania e ossessione di scattare e riprendere ogni cosa ci attrae che crea soltanto un inconsapevole sovrapproduzione di immagini “spazzatura” e generando un’oblio di fronte alla realtà delle nostre storie e delle nostre vite. La fotografia nasce per raccontare un emozione, un concetto, un pensiero, descrivere la realtà, umana, animale, vegetale, ricordare la paura, l’orrore, la sofferenza e a far scoprire l’incanto, la tenerezza e l’amore, non possiamo rischiare di provocare la negazione della sua funzione primaria svuotandola di significato.

Ci sono due persone in ogni foto: il fotografo e l’osservatore.

Ansel Adams
Sculture di Giuseppe Ciani – Casole D’Elsa – Siena – Italia

Molti ormai sembrano aver dimenticato il significato di questi sentimenti appartenenti alla vita, veicolati attraverso immagini su web e social media, luoghi virtuali e non luoghi dove sempre di più la fotografia è divenuta stereotipata come uno slogan, e sta producendo in termini di pensieri e riflessioni il minimo indispensabile. Salvo moltissimi casi di intelligenza ed uso corretto di questo affascinante strumento, il proliferare di immagini si limita al perpetuo ripetersi di immagini vuote di significato che nonostante il loro numero vertiginoso generano solo un forte silenzio algoritmico.
La fotografia è un’altra forma del linguaggio e può rompere il silenzio assordante generato del vuoto di significato, e se usata con rispetto è uno strumento meraviglioso perché attraverso di essa si può ristabilire quel principio di sincerità tra soggetto e spettatore e far sì che ogni immagine diventi come una parola cioè un modo per condividere prima di tutto delle idee.

Perciò quando scattiamo una fotografia, prima di ogni cosa, pensiamo.